Adriano Maini
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Adriano Maini
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Pensionato di Bordighera, nella Riviera Ligure di Ponente, che predilige tentare di divulgare quelle che ritiene pagine interessanti di storia e di […]

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Gli strali di «Telestar» colpirono «L’Ora» con sorprendente sistematicità collasgarba2.altervista.org/gl…
Gli strali di «Telestar» colpirono «L’Ora» con sorprendente sistematicità
Le azioni giudiziarie costituirono soltanto la punta dell’iceberg di un più vasto campionario di operazioni escogitate dall’establishment palermitano a danno del giornale [n.d.r.: «L’Ora» di Palermo]. In merito non si può non menzionare il caso di «Telestar», quotidiano della sera messo in piedi nel 1963 dall’imprenditore Arturo Cassina. Membro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro, vicino al Cardinal Ruffini e titolare esclusivo per gli appalti della manutenzione stradale e della rete fognaria di Palermo, costui occupava un ruolo significativo nel sistema di potere cittadino. Contro di lui «L’Ora» conduceva da tempo una campagna dura, evidenziando il mancato funzionamento della Commissione di controllo rispetto alle proroghe dei suoi contratti <423. Sul finire del 1962 in Consiglio comunale andava in scena un duro scontro tra maggioranza e opposizione, con la Dc schierata a favore dell’appalto a Cassina in esplicita violazione delle procedure <424. L’imprenditore provò, in un primo momento, a rilevare le azioni del giornale palermitano e ad acquistarlo, prendendo contatto con i proprietari. Non fu l’unico: il preoccupante bilancio della stampa comunista e fiancheggiatrice indusse Terenzi a sollecitare modifiche in campo editoriale («Cronaca e dolce vita», commentò sarcasticamente Gaetano Baldacci sul settimanale «ABC» <425) e a cercare altre linee di credito. Enrico Mattei, ad esempio, già proprietario de «Il Giorno», propose di comprare «L’Ora» per un miliardo, contando di valersene per rilanciare la sua Eni in Sicilia <426. Un altro tentativo in questa direzione ebbe per protagonista il capo di Sicindustria La Cavera, che fallì per la contrarietà dei comunisti palermitani <427. Non ebbe maggior fortuna Cassina, il quale si risolse pertanto a creare (senza figurare nel consiglio di amministrazione) un quotidiano ultracattolico e anticomunista, appunto «Telestar», chiamandovi alla direzione l’addetto stampa del comune di Palermo Mario Taccari. Non solo: tentò pure di soffiare al quotidiano di Nisticò operai e redattori, offrendo loro salari nettamente più alti di quelli corrisposti dal Pci. La nuova testata si presentò sin dal primo numero come l’«Anti-L’Ora»: “[…] Denunziamo” – scrisse Taccari nell’editoriale di lancio – “ancora oggi e più che mai, il comunismo, non tanto quello forcaiolo della vecchia guardia, ma quello intellettualoide mellifluo ed insidioso, come il nemico più pericoloso della pace e della prosperità degli italiani […] Non ci stupiamo affatto che da bravi e solerti militanti comunisti, quelli de L’Ora siano riusciti nella mirabolante impresa di guardarci in fase sperimentale dal buco della chiave. La vocazione allo spionaggio fa parte del bagaglio del perfetto comunista e che i colleghi di via Stabile vantino – almeno per tal riguardo – la perfezione, nessuno oserebbe contestare. La loro impresa li qualifica (o li squalifica) a sufficienza e, quel che più conta, non mancherà d’essere convenientemente apprezzata dal pubblico, che saprà cosa pensare di un giornale che, in vista della apparizione di uno scomodo concorrente, non sa far di meglio che abbandonarsi ad uno squallido gioco di assai dubbio gusto, nel vano tentativo di confondere le idee e di darsi coraggio. Devono battere ore ben più tristi in casa dei paracomunisti di via Stabile. Siamo già all’ossigeno delle puerili furbizie” <428. Gli strali di «Telestar» colpirono «L’Ora» con sorprendente sistematicità. Lo scopo fu tenere il quotidiano di sinistra sotto continua pressione, mostrando come la sua attività giornalistica e di contestazione screditasse la Sicilia a tutto vantaggio del Pci e di Mosca. In questa prospettiva il giornale non sarebbe stato altro che una quinta colonna del nemico sovietico. “Non c’è numero del giornale in questione” – si leggeva in un fondo del 20 maggio 1963 – “che non abbia i suoi fattacci, che non peschi avidamente negli abissi delle miserie umane; che non agiti il fango e la vergogna di certi bassifondi. Non c’è numero che non versi fiumi d’inchiostro e immagini e disegni e titoloni eclatanti sulla cronaca nera. Diritto d’informazione? Sino a un certo punto: oltre il segno è speculazione, potrebbe essere delitto: certamente è peccato […] Palermo e la Sicilia, presentati come un covo di briganti, di violenti, di malefemmine, di mafiosi pagano ogni giorno il conto di questo non certo onorevole mestiere” <429. «L’Ora» subiva un attacco quanto mai insidioso in quello stesso maggio. «Telestar», infatti, il 17 dava notizia di un’interrogazione presentata dal deputato cristiano-sociale Romano Battaglia al presidente della Regione Giuseppe D’Angelo e all’assessore per lo sviluppo economico riguardante un prestito di 35 milioni concesso alla società editrice de «L’Ora» dall’Irfis (Istituto regionale per il finanziamento alle industrie in Sicilia). Secondo l’interrogante, l’operazione era andata in porto mercé l’intervento del nuovo presidente dell’istituto, Nino Sorgi, notoriamente conosciuto quale avvocato de «L’Ora» <430. Sembrava inconcepibile – rincarava il quotidiano il giorno successivo – che una testata in totale dissesto economico come «L’Ora» potesse «avere trovato titoli legittimi per sfuggire all’offerta di serie garanzie». Insomma: «quale è quella società industriale o quel privato che, senza la protezione del Partito comunista, può sperare tanto?» <431. Il giorno dopo Sorgi precisava sulle colonne di «Telestar» di aver assunto la carica di presidente dopo il sovvenzionamento, vedendosi però contestare l’appartenenza al Comitato speciale istituito tempo prima in seno all’Irfis e firmatario dell’atto di prestito. A questo punto scendeva in campo Nisticò, con un editoriale significativamente intitolato “È l’ora. Giù le mani dalla nostra città”: “Non è nostro dovere rispondere alle interrogazioni parlamentari. Provvederà chi di dovere. L’iniziativa [di Telestar] va inserita in un’azione ben precisa ed insistente intrapresa contro il nostro Giornale da parte di un ben definito gruppo di personaggi. Sono «i cosiddetti padroni di Palermo» [cui] non garba, naturalmente, che da queste libere colonne l’opinione pubblica sia ragguagliata su tutta una serie di affari di cui il cittadino palermitano è costretto a sostenere il peso intollerabile. E del resto hanno fatto di tutto per imporci il silenzio. In un primo momento hanno tentato persino il colpo grosso: quello di impadronirsi di questo Giornale gettando sulla bilancia un pacco del loro denaro malguadagnato. Non essendovi riusciti hanno tentato di metterci alle corde, promettendo stipendi d’oro a più di uno dei nostri redattori. Ma per la prima volta abituati a facili acquisti sono rimasti con un pugno di mosche” <432. Non so dire se la procedura fosse o meno irregolare: noto però che dei tanti colpi portati a «L’Ora» dal suo irriducibile avversario l’affare Irfis non costituì il più grave. Alcuni mesi dopo «Telestar» giunse ad accusare i comunisti di «chiedere inchieste e cioè parole, e perdite di tempo», anziché «azioni concrete del governo, misure adeguate e immediate per sconfiggere la criminalità organizzata», quindi di sostenere la mafia con le «loro azioni di indebolimento dello Stato, con i loro fogli che persuadono ad ogni sorta di violenza e che costituiscono un quotidiano incitamento al crimine, al delitto» <433. Per il resto, la sua iniziativa contro «L’Ora» si risolse non di rado in attacchi personali nei riguardi di Nisticò. “Nel corso del mese di settembre” – scrisse Marcello Cimino in una lettera del 1965 all’Ordine dei giornalisti di Sicilia – “il quotidiano di Palermo «Telestar» ha pubblicato nelle sue pagine di cronaca una serie di corsivi aventi per oggetto il direttore del giornale «L’Ora», accompagnati dalla reiterata riproduzione di una particolare fotografia del collega Nisticò. Tali scritti appaiono, per la titolazione e il contenuto, in evidente contrasto con le statuizioni dell’art. 2 della legge istitutiva dell’ordine <434. «Telestar» non ebbe lunga vita. Dopo l’abbandono della direzione da parte di Taccari, non poté fare altro che riproporsi, via via più stancamente, come campione dell’anticomunismo palermitano e del rampantismo affaristico-mafioso, fino alla chiusura del 1968. Anche le sue inchieste sul crimine organizzato furono alquanto selettive, intese cioè a cogliere in passo falso il Pci più che a fornire un contributo di conoscenze. Basti ricordare quella sulle relazioni tra esponenti dell’amministrazione rossa di Raffadali e Vincenzo di Carlo, ex giudice conciliatore del comune coinvolto nel caso Tandoj, presentata con enfasi da Taccari all’Antimafia nel gennaio 1964 <435. D’altra parte, anche in questa occasione «L’Ora» diede prova di non comune professionalità, mostrando di avere dalla sua risorse culturali ed etico-politiche di valore, tali da consentire una strenua resistenza ai centri di potere palermitani e una pressoché permanente attività di denuncia delle loro trame. [NOTE] 423 La maggioranza di Lima scatenata in difesa dell’appalto a Cassina, in «L’Ora», 17 dicembre 1962. 424 L’imprenditore rispose alle denunce a modo suo, mobilitandosi affinché in consiglio comunale venissero discusse presunte irregolarità circa la costruzione del palazzo de «L’Ora», avvenuta quindici anni prima. Cfr. V. Nisticò, Cercano di intimidirci come fece la mafia con il tritolo, in «L’Ora», 17 dicembre Su questi temi cfr. S. Pipitone, «L’Ora» delle battaglie, cit., pp. 83-89. 425 G. Baldacci, …Dolce vita la trionferà, in «ABC», 13 ottobre 1962. 426 Secondo il giornalista Gaetano Baldacci, l’iniziativa di Mattei rientrava in un progetto di conquista della Sofis. «Non fa meraviglia […] apprendere che Mattei ha offerto di comprare per un miliardo in contanti il quotidiano paracomunista della sera palermitano “L’Ora”. Con questa operazione, Terenzi, responsabile della stampa comunista, darebbe un po’ di respiro a “Stasera” e ad altre pubblicazioni boccheggianti. “L’Ora” diventerebbe fiancheggiatore del centro-sinistra e filodemocristiano, praticamente come “Il Giorno”. Mattei, a sua volta, mettendo la sua catena di stampa – dal “Giorno” a “L’Ora” – a disposizione di Segni e dei morodorotei (non di Fanfani, però), si dovrebbe assicurare il rinnovo del mandato alla presidenza dell’Eni per almeno ancora tre anni (G. Baldacci, Un miliardo per «L’Ora», in «ABC», 24 ottobre 1962). 427 Traggo la notizia da un ritaglio di «Vita», n. 181, 4 ottobre 1962, in ACS, PCM, SIS, cat. 2.2. Stampa, f. 43, L’Ora. Quotidiano di Palermo. 428 M. Taccari, E questo è il primo, in «Telestar», 6 aprile 1963. 429 Ai puri de L’Ora, in «Telestar», 20 maggio 1963. 430 Clamorose rivelazioni sui brogli che puntellano la stampa comunista, in «Telestar», 17 maggio 1963. 431 Chi finanzia la stampa dei comunisti?, in «Telestar», 18 maggio 1963. 432 V. Nisticò, È l’ora. Giù le mani dalla nostra città, in «L’Ora», 18 maggio 1963. 433 Si vedano gli articoli Stato d’emergenza e Gli amici degli amici sui numeri di «Telestar» del 1° e dell’8 luglio luglio 1963. 34 Lettera di Marcello Cimino al Presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, in BRS, AL, b. 32 “Telestar, Nicosia, Scandalo Eca Campofranco”, f. “Casi Telestar”. Il faldone contiene documentazione giudiziaria riguardante il conflitto tra i due quotidiani della sera. 435 Cfr. Testimonianza Taccari, pp. 731 sgg. **Ciro Dovizio** , _Scrivere di mafia. «L’Ora» di Palermo tra politica, cultura e istituzioni (1954-75)_ , Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2018-2019 FacebookXPinterestLinkedInWhatsAppTelegram
collasgarba2.altervista.org
February 7, 2026 at 7:41 PM
Il Comitato tentò in ogni modo di ristabilire i rapporti con il PCI triestino collasgarba2.altervista.org/il…
Il Comitato tentò in ogni modo di ristabilire i rapporti con il PCI triestino
Il primo CLN triestino ebbe vita breve. Fu la naturale evoluzione del fronte democratico nazionale creatosi il 26 luglio 1943; ne fecero parte esponenti dell’antifascismo cittadino, uomini di lunga esperienza, rispettati e puliti da ogni collusione con il fascismo. I membri del comitato erano d’accordo che il futuro della regione fosse di dotarsi di una ampia autonomia amministrativa, nella quale ci fosse stato rispetto delle minoranze, e che il porto di Trieste potesse svolgere funzione internazionale, in aiuto dell’entroterra. Le difficoltà che affrontò il primo CLN furono ampie: indirizzare i soldati che dopo l’8 settembre volevano unirsi alla lotta partigiana, creare forze armate, garantire rifornimenti, creare una rete clandestina di propaganda e collegamenti tra Trieste ad altri centri della Venezia Giulia. I dirigenti comunisti erano convinti di poter tenere separate e autonome le formazioni italiane, slovene e croate. E si sperava in una rapida salita delle forze angloamericane, cosa vana con l’arresto del fronte a Cassino. I maggiori partiti che componevano il primo CLN furono il partito comunista e quello d’azione, come descritti precedentemente. Entrambi avevano un’ampia organizzazione di tipo politico – militare e una base logistica alle spalle, mentre gli altri partiti erano assenti in ambito militare. Il nucleo dell’attività clandestina era da trovare nei complessi lavorativi e delle fabbriche, dove concentrarono i loro sforzi per poi estendere il consenso al resto della società. A dicembre del 1943 tutto il CLN fu decapitato da un rastrellamento tedesco. L’organizzazione entrò in crisi e dal governo Badoglio non pervennero né indicazioni né risposte su come reagire. Il periodo di caos finì nel maggio del 1944, quando le forze di opposizione si riorganizzarono: questa volta comunisti e azionisti si indirizzarono verso un sistema di cellule, più difficili da prendere perché composti da poche persone. Nel secondo CLN prese forza la componente democristiana che usò una serie di reti capillari per ottenere informazioni e infiltrare gente nella struttura occupante in vista di una possibile sollevazione popolare. I democristiani si avvalsero di due gruppi armati: quello formato dai ferrovieri che nei primi mesi del’8 settembre si distinsero in azioni di sabotaggio, di salvataggio di militari e di civili, e quello formato dalla brigata Venezia Giulia, composta da universitari cattolici e studenti liceali che rastrellavano munizioni e armi e compivano anche loro azioni si sabotaggio. Intorno a Trieste operavano gruppi formati da ex militari che presidiavano punti chiave del porto. Per il secondo Comitato di liberazione nazionale, come per il suo predecessore, non era facile svolgere le sue attività clandestine, perché doveva cercare armi, stampare volantini, giornali, far sentire la presenza alla popolazione e contrastare la propaganda slovena che faceva proseliti nelle fabbriche con o senza accordi. Doveva inoltre raccogliere informazioni, stare in contatto e sabotare la macchina produttrice tedesca, tutto questo senza farsi scoprire dal nemico. Con le infiltrazioni in tutto l’ambiente cittadino, la resistenza ebbe personale armato all’interno sia della Guarda Civica (giovani ragazzi che si erano rifugiati lì per evitare l’arruolamento forzato e il lavoro coatto), sia nelle forze armate. Tutto questo personale in armi sarebbe stato utile nei giorni dell’insurrezione. La presidenza fu data a Don Eduardo Marzani con il consenso di tutti, e sotto il suo comando si creò un programma con cui il CLN doveva creare rapporti più stretti con le brigate Osoppo, tagliare fuori le unità comuniste esposte dall’egemonia slovena, mantenere i giovani in città, preparare una difesa e un’organizzazione per il dopo ritirata tedesca, e si cercò di non creare situazioni che portassero rappresaglie. Fu il primo ad avere un ruolo istituzionale. Dopo la liberazione di Roma e l’insediamento di Bonomi, i CLN furono proclamati rappresentanti dell’Italia libera; questo dava ai comitati una veste ufficiale e un valore simbolico soprattutto in aree contese. (3) Nel giugno del 1944, tra comunisti sloveni e resistenza italiana si intensificò l’azione diplomatica. A Milano si incontrarono i rappresentanti dell’OF – Osvobodilna Fronta Slovenskega Narada (Fronte di Liberazione del popolo sloveno) Anton Vratusa e Franc Stoka e i membri del CLNAI. Durante l’incontro, gli sloveni posero come condizione l’accettazione della mozione dell’Avnoj, ed in cambio avrebbero accettato il rinvio sulla delimitazione dei territori misti. Gli italiani invece chiesero garanzie per i connazionali dell’Istria. Alla fine si venne ad un accordo: il CLNAI attraverso un appello stabili che le motivazioni dell’Avnoj erano legittime sulla rivendicazione delle terre dell’Istria e della Dalmazia, che le formazioni partigiane dovevano collaborare con le truppe titine, che ogni decisione sui confini tra le zone miste si dovesse rimandare a fine conflitto. Il CLN triestino, ad eccezione della rappresentanza comunista, respinse l’appello ritenendolo una sottomissione alle forze di Tito. Nei nuovi incontri del 16-19 luglio a Milano fra CLNAI, CLN triestino e OF, il documento finale fu percepito come una marcia indietro nei confronti del precedente appello emanato. A questo punto sembrava che gli sloveni lasciassero il tavolo pensando che l’Italia non volesse superare la precedente politica; ma non fu cosi perché l’OF voleva raggiungere un accordo al più presto possibile, in quanto la resistenza jugoslava stava attraversando un momento difficile; il quartier generale di Tito era stato bombardato e i partigiani jugoslavi avevano avuto numerose perdite sul terreno. Inoltre c’era un ipotesi di sbarco alleato imminente nella Venezia Giulia. Nei giorni successivi gli avvenimenti portarono ad un cambio di programma con gli arresti dei dirigenti comunisti italiani a Trieste. Vratusa portò la risposta negativa del governo sloveno, e si passò dalla collaborazione al sospetto reciproco con l’interruzione dei contatti diretti tra CLNAI e OF. La rigidità della posizione slovena era da imputare alla mutata situazione sia in campo locale che internazionale. Come abbiamo accennato sopra, con la serie di arresti nell’agosto del 1944, il CLN triestino perse completamente la sua componente comunista e l’intera struttura fu spazzata via. Importanti personalità politiche e intellettuali, come Luigi Frausin fondatore del PCI e forte attivista antifascista all’estero nel suo auto esilio, furono arrestate. Alcune di loro finirono alla risiera di San Sabba, ivi interrogate, torturate e dopo fucilate. Questi eventi e arresti indebolirono ancor di più il comitato giuliano. Le voci di dissenso e avversione verso un atteggiamento su posizioni pro-slave cessarono e la nuova dirigenza comunista che si formò era nettamente filo-slovena. Il nuovo CLN si trovò senza la componente con maggior membri rappresentativi e il PCI triestino ruppe i rapporti con gli altri partiti. La rottura si fece sentire anche con i rapporti in seno alle brigate combattenti. Il Comitato tentò in ogni modo di ristabilire i rapporti con il PCI triestino e fu richiesto al CLNAI di mediare, ma questo non portò a nulla. Ad ogni quesito sulla partecipazione comunista l’osservatore Pino Gustincich rispose che per volere popolare la Venezia Giulia doveva essere annessa alla Jugoslavia, e si necessitava, nel CLN, la presenza di un membro comunista sloveno. La proposta venne giudicata un’intromissione dell’influenza jugoslava su organismi italiani, e quindi rigettata. Il dialogo restò uguale come prima, vuoto. A questo punto la resistenza triestina cercò di coinvolgere il CLNAI e gli alleati angloamericani per un’eventuale occupazione militare della Venezia Giulia, ma, per motivi logistici e di mancato accordo tra le parti, questo non avvenne. Quello che è certo è che gli angloamericani, vedendo la frattura tra CLN e comunisti e le tensioni tra le Osoppo e la XI Korpus, si convinsero, dopo l’esempio della guerra civile greca, di temporeggiare e di dividere i partigiani italiani e sloveni e separare gli osovani dalla resistenza italiana. Comunque gli Alleati nei loro piani avevano l’obiettivo di occupare l’intera area con un governo militare. In tutto ciò la popolazione risultava sfiduciata e depressa, ma speranzosa (4) per le voci di sbarco alleato, che però venivano perennemente deluse. Il 9 dicembre il CLN di Trieste siglò un patto sintetizzato in un documento unitario dove si specificò l’inviolabilità dell’unità d’Italia. Era prevista un ampia autonomia amministrativa della Venezia Giulia da inserire nella futura costituzione con assoluta parità giuridica, culturale ed economica tra cittadini italiani, sloveni e croati; Trieste doveva diventare un porto franco governato da un organismo composto di enti pubblici, municipalità, aziende nazionali e estere. Il documento non dava prova però di realismo politico perché teneva fermo il punto sull’intangibilità dei confini. Ebbe tuttavia un ampio risalto e ridette speranza alla città depressa, con diffusione su giornali esteri e italiani e attraverso la radio del governo democratico di Roma. [NOTE] (3) P.Pallante, La tragedia delle foibe, Editori riuniti, 2006, pp. 49 – 50 P.Pallante, La tragedia delle foibe, Editori riuniti, 2006, pp. 67 – 69 R.Worsdorfer, Il confine orientale, Il mulino, 2009, pp. 173 – 202 M. Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Il mulino, 2007, pp. 262 – 205 F. Amodeo, Trieste 30 aprile 1945, LEG, 2007, pp. 47 – 52 F. Amodeo, Trieste 30 aprile 1945, LEG, 2007, pp. 59 – 63 (4) P.Pallante, La tragedia delle foibe, Editori riuniti, 2006, pp. 70 – 74 P.Pallante, La tragedia delle foibe, Editori riuniti, 2006, pp. 78 – 81 P.Pallante, La tragedia delle foibe, Editori riuniti, 2006, pp. 103 – 106 F. Amodeo, Trieste 30 aprile 1945, LEG, 2007, pp. 66 – 76 **Stefano Toracca** , _Questione di Trieste nel dopoguerra. 1943-1954_ , Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2018-2019 FacebookXPinterestLinkedInWhatsAppTelegram
collasgarba2.altervista.org
February 4, 2026 at 11:15 PM
e il signor Loplop mi teneva per mano adrianomaini.altervista.org/e-…
e il signor Loplop mi teneva per mano
**Natura morta** Il grappolo d’uva ha l’aspetto d’un grosso rettile, qualche spaventosa lucertola della nuova Oceania. E sono le pesche corpi di donna e il piatto un lago. E vedi questo ammasso immobile di bestie, e “Io sarò l’Africa” canta la radio. Incontriamoci, uno di questi giorni. **Avec Mr. Loplop** Un giorno andando con Max Ernst su per le strade dell’intiera città vidi la Luna, gialla come una ciambella, e con un buco in mezzo, e avevo voglia di mangiarne una fetta, come una ciambella. E pensavo: “Oh, dolce Max, dal cuore a forma di gatto in gabbia, dalla testa d’uccello, dai passi felpati, oh, tenero Max”, e il signor Loplop mi teneva per mano. **Oppure, viceversa** I futuristi crearono poemi aeroplano, poemi luce elettrica, poemi a scaglie e a nodi, e così furono balzi, artigli ed improvvisi voli con un mare obliquo e color ventre di luna (un azzurro molle, caldo e freddo, duro) su cui rimbalzavano le ruote, i revolver, gli ice-creams, i cappelli. Il viaggio fu maestoso; d’un rumore incessante e frangente. «Io scrivo poemi col cartone e con le piume». «Io con stelle di mare e trasparenti mani». **Marco Innocenti** , _La passeggiata avventurosa_ (esercizi di scrittura automatica e altre cose similari), lepómene editore, Sanremo, 2025 FacebookXLinkedInTelegramWhatsAppStampa
adrianomaini.altervista.org
February 4, 2026 at 11:39 AM
Mediante la direzione di Centopagine, Calvino trasmette una precisa immagine di narrativa adrianomaini.altervista.org/me…
Mediante la direzione di Centopagine, Calvino trasmette una precisa immagine di narrativa
È impossibile distinguere il ruolo di Calvino editore dal suo essere anche scrittore e saggista. Fin dagli esordi con “Il sentiero dei nidi di ragno”, la sua produzione letteraria è pensata per creare una coerente ma sempre rinnovata e approfondita riflessione sul rapporto tra letteratura e Storia. I continui cambi di rotta dall’opzione neorealista degli anni Quaranta alla scelta fiabesca degli anni Cinquanta, dallo strutturalismo degli anni Settanta al tono filosofico-meditativo degli ultimi scritti, non sono altro che l’assunzione di strumenti diversi per analizzare la stessa questione della relazione fra gli individui e il mondo. In effetti, tutti i protagonisti delle sue opere esprimono il medesimo bisogno di mantenere la distanza dall’altro come condizione esistenziale, conseguenza della difficoltà nel rimanere dentro ad una realtà che appare tanto affascinante da lontano quanto deludente da vicino: Pin de “Il sentiero dei nidi di ragno” osserva da distante quel mondo in cui si sente un estraneo, il ciclo degli “Antenati” è una trilogia che propone possibilità diverse di approccio alla realtà preservando la propria libertà, le opere degli anni Settanta (“Le città invisibili” e “Il castello dei destini incrociati”) cercano il senso nascosto dietro alla casualità dei fenomeni. La letteratura, allora, ha una funzione conoscitiva, è un processo ermeneutico attraverso il quale il soggetto può comprendere sé stesso e ciò che lo circonda. Addirittura, nell’ultima fase calviniana lo scrittore rinuncerà a proporre e a spiegare il senso della Storia e delegherà alla libertà del lettore la ricerca di una risposta individualmente valida. Calvino, unica “pecora nera” della famiglia in quanto uomo di lettere nato da genitori scienziati (il padre Mario Calvino è agronomo di fama internazionale, la madre Eva Mameli è ricercatrice in Scienze naturali), approda per altre vie, ossia con la letteratura, alla stessa passione paterna per l’osservazione, la catalogazione e la significazione delle cose. Queste riflessioni che Calvino costruisce attraverso la scrittura sono alla base della sua attività di editore. Nell’autunno 1945 si trasferisce a Torino, città nella quale il movimento politico e il movimento delle idee creano un continuo fermento e una prospettiva innovativa per il futuro. Negli anni torinesi inizia la collaborazione con «l’Unità» su cui pubblica i propri articoli per più di un decennio (interventi giornalistici, rubriche polemiche, recensioni, articoli di critica letteraria, note di costume, servizi di attualità politica, inchieste, testi creativi, favole allegorico-politiche e racconti), ma soprattutto entra in contatto con gli intellettuali della casa editrice Einaudi. In particolar modo, Cesare Pavese è un amico e un maestro: grazie alla sua mediazione Calvino fa leggere a Carlo Muscetta il suo primo racconto “Angoscia” che viene pubblicato su «Aretusa», una delle più importanti riviste nate dopo la Liberazione, anche se il vero e proprio esordio avviene sul «Politecnico» di Vittorini con “Liguria magra e ossuta” (dicembre 1945). <128 Sempre Pavese lo introduce in Casa Einaudi dove inizia a lavorare nell’ufficio stampa e come venditore di libri a rate, fino al 1947 quando assume il ruolo di redattore e pubblica il suo primo romanzo “Il sentiero dei nidi di ragno”, scritto di getto in soli venti giorni nel dicembre 1946. Giulio Einaudi lo lancia addirittura facendo affiggere nelle librerie un manifesto con la fotografia dell’autore che cammina con le mani in tasca; le vendite superano le cinquemila copie facendo di Calvino una personalità riconoscibile. <129 Natalia Ginzburg ricorderà di aver conosciuto Calvino in una grigia e nevosa mattina dell’inverno del ’46 proprio nella sede torinese della Einaudi in un corridoio davanti ad una stufa. Da questo momento nasce una profonda amicizia tanto che Calvino fa leggere alla Ginzburg i suoi primi racconti che poi confluiranno nella raccolta “Ultimo viene il corvo” (1949): “Erano scritti a mano, in una calligrafia minuta, arrotondata e fitta di cancellature. Ci sembravano molto belli. Vi si scorgevano paesaggi festosi, immersi in una luce solare; a volte le vicende erano vicende di guerra, di morte e di sangue, ma nulla sembrava offuscare l’alta luce del giorno; e non un’ombra scendeva mai su quei boschi verdi, frondosi, popolati di ragazzi, di animali e di uccelli. Il suo stile era, fin dall’inizio, lineare e limpido; divenne più tardi, nel corso degli anni, un puro cristallo. In quello stile fresco e trasparente, la realtà appariva screziata, variegata, e colorata di mille colori; e sembrava un miracolo quella festosità, quella luce solare, in un’epoca in cui lo scrivere era abitualmente severo, accigliato e parsimonioso e nel mondo che tentavamo di raccontare non regnava che nebbia, pioggia e cenere”. <130 L’assunzione vera e propria avviene il primo gennaio 1950 (50 mila lire di stipendio). In seguito alla morte di Pavese, Calvino diventa una presenza fondamentale della casa editrice dalla quale viene coinvolto in tutto il ciclo di produzione del libro. Torino coincide con la maggior parte della sua attività professionale: il lavoro redazionale, la consulenza e la pubblicazione dei suoi libri. Non è solo la sede principale di Casa Einaudi, ma è un luogo di formazione, di incontri intellettuali e soprattutto di amicizie (in primis quella con Cesare Pavese e Natalia Ginzburg). È anche la città in cui Calvino prende parte al Partito comunista italiano ed è la metropoli moderna, il modello di città industriale in cui avanza il progresso rispetto alla provincia chiusa nelle tradizioni. Non a caso sono ambientate a Torino le novelle di Marcovaldo, i racconti lunghi “La nuvola di smog” e “La giornata di uno scrutatore”, e altri racconti tra i quali “L’avventura di un impiegato”, “L’avventura di una moglie”, “La gallina di reparto”, “La notte dei numeri” e “La signora Paulatim”. <131 Nel 1956 Calvino raccoglie, trascrive e ordina per Einaudi le “Fiabe italiane”. La raccolta che, secondo Natalia Ginzburg è «il più bel libro per l’infanzia che sia apparso in Italia» <132, comprende la varietà delle vicende umane diventando «una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel loro ruminio delle coscienze contadine fino a noi, il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che è appunto il farsi d’un destino» <133. Per Calvino non esiste nessuna cesura netta tra il romanzo e la fiaba, due modalità narrative così simili che si fondono per raccontare un aspetto della vita reale. La fiaba è l’archetipo del racconto d’avventura ovvero una riduzione della narrazione ad una serie di conflitti fra individuo e realtà esterna: «Mi interessa della fiaba il disegno lineare della narrazione, il ritmo, l’essenzialità, il modo in cui il senso d’una vita è contenuto in una sintesi di fatti, di prove da superare, di momenti supremi» <134. Vittorini, nel risvolto per il “Visconte dimezzato” che esce come volume della sua collana Gettoni, scriverà di questi due poli complementari del lavoro calviniano definendo il primo un “realismo a carica fiabesca” e il secondo una “fiaba a carica realistica” <135. In effetti, dopo aver abbandonato il filone realista, negli anni Cinquanta Calvino aveva pubblicato il “Visconte dimezzato” (1952), poi confluito nella trilogia degli “Antenati” del 1960 insieme a “Il barone rampante” (1957) e “Il cavaliere inesistente” (1959), aprendo il suo percorso attraverso il fiabesco considerato l’unico modo per ritrovare l’ordine e la regola attraverso il magma opaco della realtà: la fiaba è una sorta di catalogo, serbatoio di idee, enciclopedia dei destini umani e, di conseguenza, del narrabile (l’immagine del reale come labirinto è un topos della scrittura calviniana, onnipresente in tutte le sue opere, in particolare ne “Il castello dei destini incrociati” e nelle “Città invisibili”). La trilogia dimostra, mediante la tecnica della fiaba, il fallimento del rapporto tra uomo e Storia individuando tre diversi gradi di approccio alla libertà e alla realizzazione dell’essere umano: si denuncia una frattura (il visconte tagliato in due metà cerca la ricomposizione), viene proposta una soluzione (il barone si ritira a vivere sugli alberi in quanto unica via per vivere davvero con gli altri), ma alla fine si dichiara l’impossibilità del ricongiungimento (il cavaliere non esiste se non in relazione alle sue azioni). Il ciclo degli “Antenati” può essere letto anche come allegoria della crisi vissuta da Calvino nel ’56-’57 che lo porta ad una ridefinizione del proprio ruolo politico-intellettuale e a prendersi un periodo di pausa dalla scrittura. Nel 1959 trascorre sei mesi in America a New York («L’incontro materiale con l’America è stato un’esperienza veramente bella […] Io mi sentivo newyorkese: la mia città è New York» <136) e poi si trasferisce stabilmente a Parigi dove conosce e sposa Esther Judith Singer, traduttrice argentina di origine russa. Gli anni Sessanta sono caratterizzati dal distacco dalle forme di intervento e partecipazione politica tipiche degli anni precedenti e da una letteratura sempre più autonoma dal reale e legata ad un progetto immaginario. Il legame tra letteratura e realtà si è definitivamente spezzato: le raccolte di racconti “Marcovaldo” (1963), “Le Cosmicomiche” (1965) e “Ti con zero” (1967) presentano una realtà mutata dalle leggi del consumismo da cui si può solo evadere grazie alla fantasia, fino a sfociare addirittura nel grottesco e nel surreale. Si individuano nuovi strumenti espressivi e conoscitivi e il testo si distacca da quel mondo da cui non si può fuggire. Nelle “Città invisibili” del 1972 con l’idea del viaggio attraverso le città di spazi mentali Calvino cerca un nuovo codice letterario finché esaurisce il filone combinatorio con “Se una notte d’inverno un viaggiatore” (1979) che è un romanzo ipotetico, una campionatura della complessità del reale e del narrabile, un catalogo di progetti possibili di un mondo utopico e contrario a quello presente: “Anche un’evasione individuale può essere il primo passo necessario per mettere in atto un’evasione collettiva. Questo deve valere anche al livello delle parole e delle immagini fantasmatiche: dalla prigione delle rappresentazioni del mondo che ribadiscono a ogni tua frase la tua schiavitù, evadere vuol dire proporre un altro codice, un’altra sintassi, un altro lessico attraverso cui dare forma al mondo dei tuoi desideri”. <137 Parallelamente alla scrittura Calvino continua a lavorare presso Casa Einaudi e nell’autunno del 1971 presenta la propria collana: “Centopagine è una nuova collezione Einaudi di grandi narratori di ogni tempo e d’ogni paese, presentati non nelle loro opere monumentali, non nei romanzi di vasto impianto, ma in testi che appartengono a un genere non meno illustre e nient’affatto minore: il romanzo breve o il racconto lungo […] il criterio di scelta si baserà sull’intensità di una lettura sostanziosa che possa trovare il proprio spazio anche nelle giornate meno distese della nostra vita quotidiana”. <138 Il titolo della collezione, da non prendere troppo alla lettera, si riferisce alla necessità degli anni Settanta del Novecento di riabilitare il romanzesco ovvero ritornare al romanzo e ad un tipo di narrativa che intrecci qualità e vasto consumo; la lettura deve essere sostanziosa e intensa per coinvolgere il pubblico. <139 Mediante la direzione di Centopagine, Calvino trasmette una precisa immagine di narrativa assumendo un impegno militante e conducendo il lettore verso un obiettivo determinato: titoli dimenticati o rari, opere non ancora pubblicate in Italia e grandi scrittori considerati “classici”. Il sottotitolo della collana (Collezione di grandi narratori diretta da Italo Calvino) precisa che si tratta di un ritorno o una riscoperta dei principali autori del panorama letterario che nel corso degli anni Settanta è in vivace fermento. Centopagine è l’unico progetto editoriale a cui Calvino si appassiona tanto da farsi coinvolgere nella direzione; invece, in generale afferma di non avere «la vocazione del caposcuola, del promotore e aggregatore» <140. Centopagine prosegue per quattordici anni, dal 1971 al 1985 (anno della morte di Calvino), e pubblica 77 opere con un prezzo e un formato di collana semi-economica: 47 titoli appartengono alla seconda metà dell’Ottocento, 12 alla prima metà, 7 al Novecento, 6 al Settecento, 2 al Cinquecento e Seicento. La presenza di 11 titoli di letteratura russa (tra i quali 5 di Dostoevskij), 18 di scrittori francesi (Stendhal, Balzac, Flaubert, Maupassant), 9 di americani, 10 inglesi (soprattutto Conrad e Stevenson), pochi tedeschi e un solo titolo spagnolo (il Lazarillo de Tormes) dimostra che l’intento iniziale di proporre opere di grandi scrittori, specialmente i titoli da tempo assenti dal mercato e trascurati dagli editori, è stata ampiamente rispettata, oltre al fatto che anche le opere che erano già state pubblicate in altre collane, vengono completamente rinnovate con nuove traduzioni e prefazioni. <141 Calvino, in quanto direttore editoriale, non si occupa solo dell’aspetto organizzativo della collana, ma ha un ruolo attivo nella scrittura della Presentazione, delle varie Note introduttive ai testi (presenti soprattutto nei primi tempi della collezione) e delle quarte di copertina da lui firmate, che hanno tutte il carattere di un brevissimo testo critico, a differenza di quelle senza firma che presentano il libro in modo più editoriale. Le quarte di copertina vengono utilizzate da Calvino come strumenti per esporre le proprie considerazioni teorico-critiche riguardo il modo di narrare. [NOTE] 128 Cfr. MONDELLO 1990, 45-49. 129 Cfr. SCARPA 2023, 78-79. 130 GINZBURG 1985, 26-27. 131 BARENGHI 2007, 16-17. 132 GINZBURG 1985, 26-27. 133 MONDELLO 1990, 72. 134 CALVINO 1959, 69-70. 135 Cfr. ivi, 76. 136 Ivi, 95. Italo Calvino a Ugo Rubeo in un’intervista del 1984. 137 Italo Calvino in Quale utopia? pubblicato nell’Almanacco Bompiani nel 1974. 138 Italo Calvino nella Presentazione, un quartino non rilegato e inserito nei primi volumi della collana Centopagine, p. 1. 139 Cfr. CADIOLI 1990, 142-43. 140 CALVINO 2017, 3. 141 Cfr. CADIOLI 1990, 147-48. **Martina Piran** , _La casa editrice Einaudi e i suoi consulenti. Il progetto editoriale di Italo Calvino_ , Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2022-2023 FacebookXLinkedInTelegramWhatsAppStampa
adrianomaini.altervista.org
January 23, 2026 at 10:46 PM
Nel 1967 avvengono i primi contatti tra l’Aginter Presse e l’estrema destra italiana collasgarba2.altervista.org/ne…
Nel 1967 avvengono i primi contatti tra l’Aginter Presse e l’estrema destra italiana
Ho già accennato ai rapporti instauratisi tra alcuni giornalisti italiani e l’Aginter Presse di Yves Guillou. La questione dei rapporti con l’estrema destra italiana, però, merita un approfondimento a parte per le sue conseguenze nell’ambito della strategia della tensione poiché è evidente la reciproca influenza delle teorie sulla guerra rivoluzionaria espresse al convegno organizzato dall’Istituto Pollio e la loro attuazione da parte dell’organizzazione avente sede a Lisbona. Riprendiamo la testimonianza di Giovanni Pellegrino: “Se nei primi anni Sessanta l’Oas aveva fornito un vero e proprio modello operativo all’estrema destra italiana, nella seconda metà del decennio l’Aginter Press, non a caso fondata da ex militanti dell’Oas, rappresentò una sorta di internazionale nera che garantiva aiuti, piani, coperture e appoggi logistici. Sotto la copertura ufficiale di un’agenzia giornalistica, l’Aginter Press, diretta da Guerin-Serac, aveva la sua base nel Portogallo di Salazar, ed era palesemente legata alla destra del Partito repubblicano statunitense, diretta dal senatore Goldwater, alla Cia e ad altri Servizi segreti occidentali (per esempio la rete della Germania Federale Ghelen), come ha ricostruito il capitano dei carabinieri Giraudo, collaborando all’inchiesta del giudice Salvini” <549. L’Aginter Presse, quindi, secondo le parole del presidente della «Commissione stragi» ebbe un ruolo di tutto rispetto e di primo piano negli aiuti tributati all’estrema destra europea e, in particolare, da quanto emerso nelle inchieste condotte dal magistrato Guido Salvini, a quella italiana. In seguito ai primi contatti presi con le agenzie giornalistiche F.I.E.L. – Notizie Latine e Oltremare e con i loro responsabili, rispettivamente Armando Mortilla e Giorgio Torchia, tra il 1966 e il 1968 Yves Guillou iniziò a stringere dei rapporti significativi anche con alcuni esponenti dell’estrema destra italiana, iniziando contemporaneamente una vera e propria opera di reclutamento di volontari da utilizzare nelle missioni dell’Aginter Presse. Al maggio 1967 risalgono i primi incontri diretti tra Guillou e esponenti della destra extraparlamentare inviati da Pino Rauti, interessato, quest’ultimo, a comprendere la natura dell’agenzia lisboeta e le sue finalità. Inizialmente programmati per il mese precedente, gli incontri si svolsero durante un convegno internazionale organizzato per il 26 maggio nella capitale portoghese e al quale una fonte riservata del Ministero dell’Interno prevedeva la partecipazione di Enzo Generali <550. La segnalazione della fonte è importante per due motivi: innanzitutto, perché fa il nome di Generali, che era già stato segnalato in note informative precedenti e risalenti ai primi anni Sessanta riguardanti la presenza dei militanti dell’Organisation de l’Armée Secrète in Italia come il mediatore ufficiale tra i terroristi francesi e i loro simpatizzanti italiani; in secondo luogo, perché, anche se indirettamente, conferma la presenza di una fonte ufficiale dei servizi nell’ambiente di Aginter Presse e interna all’estrema destra italiana. Sotto al nome in codice Aristo si nascondeva Armando Mortilla, il giornalista dell’Agenzia F.I.E.L. – Notizie Latine, divenuto confidente dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno nel 1955, mentre, contemporaneamente, ricopriva un ruolo di primo piano all’interno di Ordine Nuovo al fianco di Pino Rauti. Due condizioni che spiegano perfettamente l’importanza della sua figura in questo contesto. Mortilla si legò all’estrema destra italiana già nei primi anni Cinquanta, quando si iscrisse al Movimento Sociale Italiano riuscendo a diventare segretario di uno dei dirigenti del partito. Già giornalista di professione, lavorò in Spagna avvicinandosi all’agenzia F.I.E.L. e fondando, verso la fine del decennio, la succursale Notizie Latine (le due agenzie di legarono, poi, nel 1963), circostanza particolarmente significativa perché allo scoppio del conflitto in Algeria vi si recò come inviato a condurre un’inchiesta tra i ribelli algerini, esperienza sulla quale pubblicherà un breve volumetto, “Fiamme sull’Algeria” (1957): “A parte il pericolo costante che i miei ospiti avevano per l’esito della mia impresa, ché facilmente potevo essere scoperto dai francesi o dai loro agenti della cittadina di Uxda, la sosta a cui fui costretto aveva anche un altro scopo: quello cioè di «introdurmi» nel mondo della Resistenza e di farmi conoscere alcuni aspetti dell’organizzazione” <551. La sua esperienza fu particolarmente formativa e gli permise di conoscere dall’interno quello che poi sarebbe diventato il «sovversivo» da combattere perché teleguidato dai comunisti: “Per il Fronte di Liberazione Nazionale Algerino il «Muyahid» è tanto il soldato in armi che il militante politico, l’agente civile delle campagne e dei villaggi chiamato «fiddas», che il giovane studente che si arruola nel Fronte con compiti propagandistici, il padrone della fattoria che non vende i prodotti dei campi ai francesi o la massaia che boicotta quelli che provengono dalle fabbriche «metropolitane», ed ancora il contadino che si presta in ogni ora per facilitare la difficile opera dei nazionalisti. È «muyahid» lo stesso algerino che commentando gli scontri tra l’ELNA ed i francesi inserisce i motivi di propaganda simili ad ogni «agit-prop». Così considerato, il «muyahid» è la quintessenza della sofferenza patriottica, la concretezza del desiderio umano di possedere una patria libera ed indipendente. La parola stessa, traducendola letteralmente, significa «combattente della fede» e deriva dal vocabolo «djihad» (guerra santa); il che, molto spesso, induce osservatori non certo obiettivi a definire questi nazionalisti come fanatici religiosi, come simbolo dell’aggressività mussulmana, d’intolleranza razziale e di xenofobia” <552. Il viaggio di Mortilla risaliva al 1955, quindi a conflitto appena iniziato, ma alla luce di quanto osservato a proposito del convegno sulla guerra rivoluzionaria si può osservare nel brano trascritto come inizino già a comparire i primi riferimenti alla propaganda – anche se non già definita comunista – e all’impegno totale dell’uomo quasi fosse egli stesso un’arma, pericoloso perché presente ovunque, mimetizzato nella vita quotidiana. Ricordo, inoltre, che all’inizio del conflitto l’azione dei ribelli algerini era vista dalla destra italiana, e in particolare dai militanti di Avanguardia Nazionale <553, come qualcosa di positivo, come la lotta patriottica di alcuni individui contro una dominazione straniera, il che spiegherebbe appunto la scelta di Mortilla di parlarne in maniera fondamentalmente positiva. Tornando al ruolo di confidente di Mortilla, questi rimase al servizio dell’Ufficio Affari riservati almeno fino al 1975, data presente sull’ultimo rapporto individuato a firma «Aristo», nonostante nel 1973 si fosse trasferito definitivamente a Madrid. Fu uno dei più importanti confidenti dell’epoca e le sue informative furono numerosissime e abbracciarono i temi più diversi, non solo le questioni interne ai partiti di estrema destra (Ordine Nuovo, Movimento Sociale Italiano, Fronte Nazionale e addirittura i monarchici) ma anche la situazione portoghese e le azioni dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, tanto che Aldo Giannuli affermò: «Più che un semplice informatore […] Aristo è un agente che partecipa in prima persona a formare gli avvenimenti su cui poi riferisce» <554. La sua importanza, inoltre, è confermata dalla protezione di cui poté godere in occasione delle indagini scaturite dalla già citata «pista nera» e in relazione alla strage di piazza Fontana, quando la sua identità fu tenacemente protetta dai servizi segreti italiani <555. Tornando all’incontro a Lisbona tra Guillou e i militanti italiani, risulta dalle note informative di Mortilla che fu proprio lui a rappresentare Ordine Nuovo al posto di Pino Rauti, come «delegato del Direttorio di On», precisando come, tra i presenti, ci fosse l’italiano Tazio Poltronieri (presentatosi, però, con lo pseudonimo Umberto Mazzotti) e non ci fosse invece stato Generali. Tornato in Italia, Mortilla relazionò quanto detto a Rauti e ne diede un riscontro a Guillou in una lettera datata 6 giugno, affermando che il dirigente di Ordine Nuovo si dichiarava disponibile a inviargli eventuali elementi di rinforzo. Guillou rispose in data 14 giugno e dopo essersi compiaciuto del risultato, però, aggiunse di non aver richiesto l’invio di militanti, ma di sapere se ci fosse stata la disponibilità a compiere un’azione significativa in proprio, quindi in Italia <556. [NOTE] 549 G. FASANELLA, C. SESTIERI, G. PELLEGRINO, Segreto di Stato, cit., pp. 62-63. 550 A. GIANNULI, E. ROSATI, Storia di Ordine Nuovo, cit., p. 52. Su Enzo Generali si confronti con quanto affermato nel cap. 3.5 di questa tesi, intitolato «L’OAS in Italia», p. 128. 551 A. M. MORTILLA, Fiamme sull’Algeria. Le avventure di un giornalista tra i partigiani algerini, Milano, Gastaldi, 1957, cit., p. 32. 552 Ivi, pp. 32-33. 553 Si veda il cap. 3.2 di questa tesi, intitolato «La percezione della guerra d’Algeria nella destra italiana», p. 109. 554 S. FERRARI, I denti del drago, cit., pp. 80-81. 555 Per ulteriori approfondimenti su Armando Mortilla, si veda il dettagliato profilo tracciato da S. FERRARI, I denti del drago, cit., pp. 79-81. **Veronica Bortolussi** , _I rapporti tra l’estrema destra italiana e l’Organisation de l’Armée Secrète francese_ , Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2016-2017 FacebookXPinterestLinkedInWhatsAppTelegram
collasgarba2.altervista.org
January 13, 2026 at 9:02 AM
Ecco, Marco Innocenti è tutto in quel gesto innocente adrianomaini.altervista.org/ec…
Ecco, Marco Innocenti è tutto in quel gesto innocente
Devo un ritratto a Marco Nel gennaio del Ventitré, usciva Margini, di Silvana Maccario Nella sua Noticina introduttiva, Inno cita un mio haiku, variandolo _Gocce sul prato Bianco e nero su verde – Giorno d’autunno_ Molto meglio la tua variante, credo di avergli detto e lui prontamente approntava uno squisito errata-corrige _Gazze sul prato Bianco e nero su verde – Giorno d’autunno_ Ecco, Marco Innocenti è tutto in quel gesto innocente, memore del suo stesso pensierino _Un libro, un foglio, di cui curiamo anche questo piccolo particolare. Ecco, questa è la democrazia._ 24.XII.25 ** E Inno è davvero democratico Ma in altro modo, come Ad esempio l’Europa _Sin quando ci sarà democrazia ci sarà l’Europa. Se viene meno la democrazia verrà meno l’Europa._ Leggo sulla Treccani Democratico 2 _Per estens., di persona alla mano, che tratta e conversa volentieri con i dipendenti e con persone di condizione sociale più umile, non soltanto per carattere e disposizione d’animo ma anche perché ne rispetta il lavoro e ne riconosce i diritti (cfr. il suo contrario_ aristocratico _)._ Ecco, questo è Inno E, che ci crediate o no Sono un suo dipendente 24.XII.25 * * * Marco Innocenti – Un difetto qualsiasi Vorrei trovarcelo – non ce lo trovo **Fabio Barricalla** , _“Gocce”. Tre nuovecartiglie per Marco Innocenti_ FacebookXLinkedInTelegramWhatsAppStampa
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January 13, 2026 at 7:27 AM
Nel 1956 venne dunque organizzata una Missione scientifico-cinematografica nelle isole dell’Arcipelago Indonesiano adrianomaini.altervista.org/ne…
Nel 1956 venne dunque organizzata una Missione scientifico-cinematografica nelle isole dell’Arcipelago Indonesiano
Altro organismo interessato al cinema documentario che precedette la nascita del Festival dei Popoli e che ne determinò anzi la creazione in collaborazione con il Centro Italiano per il Film Etnografico e Sociologico fu in ogni caso il Centro Culturale Cinematografico Italiano, la cui presidenza onoraria fu affidata ad Alberto Folchi <485 e che si legò rapidamente al Comitato italiano stesso. Costituitosi il 6 dicembre del 1955 ad Ancona <486 per opera di uomini di cultura e di giovani interessati al cinema ma avente sede a Roma, il suo scopo era quello di «realizzare e divulgare la cinematografia scientifica e artistica intesa come strumento per una sempre più profonda conoscenza fra i popoli» <487 e di «diffondere il film di cultura italiana all’estero, di far conoscere in Italia il film culturale italiano e straniero, di realizzare una produzione cinematografica a contenuto scientifico e culturale, di dibattere i problemi del cinema» <488. Tra i suoi intenti c’era perciò ad esempio quello di collaborare con gli enti del turismo «con lo scopo di potenziare la propaganda artistica e di attirare nuovi visitatori nel nostro paese» <489 ed era infine anche in possesso di strumentazione tecnica adeguata e in costante aggiornamento per la ripresa in 16 e 35 mm, cinemascope e a colori. Altro proposito del Centro, su cui è bene porre particolarmente l’attenzione, era quello di «effettuare attraverso la produzione cinematografica e mediante la pubblicazione di appositi volumi una più estesa propaganda per la divulgazione scientifico-culturale dell’arte in genere; di preparare ed incoraggiare spedizioni scientifiche in varie parti del mondo e diffonderle mediante documentari cinematografici ed opere editoriali» <490. Perseguendo tali obiettivi, nel 1956 venne dunque organizzata <491 una Missione scientifico-cinematografica nelle isole dell’Arcipelago Indonesiano (più precisamente a Bali), la quale portò alla pubblicazione sul settimanale Epoca <492 di un ampio servizio fotografico e alla realizzazione di un film a colori e in cinemascope riguardante tradizioni, usi e costumi di quelle popolazioni. Quest’ultimo venne considerato un prodotto di pregevole e notevole interesse etnografico anche per il suo elevato contenuto artistico: «tracciava un panorama completo della vita spirituale del popolo indonesiano attraverso le manifestazioni della religione, della danza, del teatro e dell’arte»493. Si intitolava Arcipelago di Fuoco, ottenne il Premio Speciale del Ministero degli Interni e fu diretto da Marcello Andrei con la consulenza scientifica di Simone di San Clemente, il cui compito avrebbe dovuto essere quello di garantire un certo rigore scientifico evitando difetti di documentazione e interpolazioni arbitrarie <494. Al viaggio avrebbe dovuto partecipare anche il professore dell’Università di Firenze Paolo Graziosi, ma la sua partenza, come afferma Maria Pia Tasselli, sarebbe infine stata interdetta da una lettera inviatagli proprio da Simone di San Clemente, che si trovava già sul posto e che così gli scrisse: “Quel regista, voglio dire Andrei, era un simpaticone ma soprattutto un gran arruffone e ne combinava una dietro l’altra. Prima di partire aveva assicurato tutti sul buon esito degli accordi presi con il governo indonesiano, ma gli accordi si dimostrarono completamente campati in aria. C’erano stati solo dei contatti con l’addetto culturale dell’ambasciata ma tutto era rimasto nel vago. Mi ritrovai così catapultato in Indonesia con Andrei e Silvani (era il cognato del primo), che non sapevano una parola d’inglese ma soprattutto con il governo indonesiano all’oscuro della nostra missione. Per quindici giorni rimanemmo chiusi in albergo, senza far nulla, a soffrire il caldo e alla ricerca di qualche soluzione per sbloccare la situazione. Il comico della faccenda era che il più arrabbiato di tutti si dimostrò proprio Andrei. Per fortuna, non sapendo parlare altro che il romanesco, nessuno lo capiva, altrimenti ci avrebbero rimpatriati immediatamente come ospiti indesiderabili. D’altra parte che cosa ci si doveva aspettare da un tipo come Andrei, che si presentò all’aeroporto di Roma con un cappello da cow-boy e un coltello alla Sandokan, che gli serviva, secondo lui, per andare nella giungla” <495. Il film ne sarebbe perciò infine uscito del tutto diverso rispetto a come era stato precedentemente pensato <496, ma è bene in ogni caso tenere a mente questa spedizione e questa pellicola per quanto riguarda l’origine del Festival dei Popoli, di cui si tornerà a parlare a breve. Nel settore scientifico, il progetto del Centro Cinematografico fu quello di allestire un Laboratorio del Film di Ricerca comprendente un complesso tecnico cinematografico specializzato per qualsiasi tipo di ripresa scientifica, unico nel suo genere in Italia e quinto in tutto il mondo <497. Tra il 6 e il 12 dicembre del 1958, con scopo divulgativo, i suoi membri organizzarono invece una Settimana di Gala del Film Documentario premiato in competizioni internazionali <498 e furono via via previste anche delle proiezioni settimanali dedicate ai film documentari in generale, alle opere di grandi autori recentemente affermatesi e a opere cinematografiche di particolare interesse scientifico-culturale <499. A partire dal 1959, tra le attività del Centro Cinematografico rientrò dunque l’organizzazione della Rassegna Internazionale del Documentario Scientifico e culturale <500, il cui scopo era quello di consentire al pubblico di avere accesso alle migliori produzioni documentarie, contribuendo alla diffusione del sapere e dell’arte cinematografica documentaria e al miglioramento di quel particolare settore della cinematografia italiana <501. [NOTE] 485 I Presidenti che si susseguirono furono l’Avv. Giorgio Umani (dal 1955 al 1957), il Sen. Pietro Canonica (dal 1957 al 1968) e l’On. Marcello Simonacci. I Vicepresidenti furono l’On. Giuseppe Riva, deputato democratico, l’Avv. Edoardo Speranza, consigliere nazionale D.C. e Vicesegretario nazionale della S.P.E.S., e il Dr. Simone Velluti Zatti di S. Clemente. Amministratore delegato fu Gabriele Silvani, funzionario del Comune e militante nella D.C.; mentre direttore artistico fu Marcello Andrei, regista e militante nella D.C. I Soci fondatori furono il prof. Sergio Beer, il Sen. Pietro Canonica, la prof. Iolanda Cervellati, il Dr. Mario Cessi, il prof. Lidio Cipriani, il prof. Bruno Ciaffi, il prof. William Makenzie, il prof. Carlo Maldura, il Cav. Lav. Torquato Pierfederici, l’Avv. Rina Tambroni, il Dr. Simone Velluti Zati di S. Clemente, il Dr. Luigi Zoppi. I promotori e fondatori furono il regista Marcello Andrei, il Gen. Egisto Del Panta, l’On. Giuseppe Riva, l’Arch. Gabriele Silvani, l’Avv. Giorgio Umani. Il Collegio dei Sindaci fu composto dal Gen. Egisto Del Panta, Presidente. L’Amministratore delegato fu Gabriele Silvani; il Direttore Marcello Andrei; il Capo dell’Ufficio Relazioni Pubbliche il Dr. Angelo Ranzini e il Capo Ufficio Stampa il Dr. Luigi De Santis (I Rassegna Internazionale del Film Etnografico e Sociologico, Catalogo; II Rassegna Internazionale del Film Etnografico e Sociologico, Catalogo; Lettera del 3 novembre 1960 dal Questore S. Di Stefano al Ministero dell’Interno Corrado Catenacci, Archivio Centrale dello Stato di Roma, G associazioni 1944-1986, busta 246). Alcune di queste personalità comparvero anche come membri componenti dei Comitati che contribuirono a dare origine al Festival dei Popoli. 486 Il rogito fu a carico del Notaio Franco Ricci, a cui si affiancò il lavoro dell’Avv. Giorgio Umani, Presidente del “Circolo Amici della Cultura”, Marcello Andrei, Avvocatessa Rina Tambroni, dott. Mario Cessi, Presidente del Tribunale dei Minori di Ancona e dott. Luigi Zoppi, Segretario Generale della locale Camera di Commercio (Lettera del 24 gennaio 1956 dal Prefetto al Ministero dell’Interno, Archivio Centrale dello Stato di Roma, G associazioni 1944-1986, busta 246). 487 I Rassegna Internazionale del Film Etnografico e Sociologico, Catalogo, 1959. Tra queste parole risuonano i propositi del futuro Festival dei Popoli, che ebbe origine proprio per iniziativa del Centro Culturale Cinematografico Italiano. 488 Ibidem. 489 Lettera del 3 novembre 1960 dal Questore S. Di Stefano al Ministero dell’Interno Corrado Catenacci, Archivio Centrale dello Stato di Roma, G associazioni 1944-1986, busta 246. 490 Ibidem. 491 Questa fu organizzata in collaborazione con il governo della Repubblica d’Indonesia e sotto il patrocinio dei Ministeri degli Affari Esteri, della Pubblica Istruzione, della Marina Mercantile, della Sanità, della Società Geografica Italiana, dell’Istituto Malattie Tropicali e Sub-Tropicali dell’Università di Roma, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dell’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, dell’Istituto di Antropologia dell’Università di Firenze (coinvolto anche nell’organizzazione del Festival dei Popoli) dell’Istituto di Medicina dell’Università di Firenze, dall’Alto Commissariato per l’Igiene e la Sanità Pubblica, dal Goggle Club di Milano (questi non erano però citati in catalogo) e dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Roma, che stanziarono 60 milioni di lire (Ibidem). 492 Epoca, n. 347, 26 maggio 1957. 493 I Rassegna Internazionale del Film Etnografico e Sociologico, Catalogo, 1959; Lettera del 3 novembre 1960 dal Questore S. Di Stefano al Ministero dell’Interno Corrado Catenacci, Archivio Centrale dello Stato di Roma, G associazioni 1944-1986, busta 246; Lettera del 24 gennaio 1956 dal Prefetto al Ministero dell’Interno, Archivio Centrale dello Stato di Roma, G associazioni 1944-1986, busta 246. 494 I Rassegna Internazionale del Film Etnografico e Sociologico, Catalogo, 1959; II Rassegna Internazionale del Film Etnografico e Sociologico, Catalogo, 1960. Simone di S. Clemente fu poi un’importante personalità del Festival dei Popoli. 495 M. P. Tasselli, op. cit., p. 11. Questo documento, a oggi, non risulta essere reperibile all’interno dell’archivio del Festival dei Popoli. 496 ivi, pp. 11-12. 497 Il progetto fu approvato, sia in ambiti universitari che in ambiti industriali, da tutti gli ambienti interessati (I Rassegna Internazionale del Film Etnografico e Sociologico, Catalogo, 1959). 498 Diciotto Paesi presentarono la loro migliore produzione documentaristica di argomento scientifico, etnografico, industriale, sperimentale e di animazione, la quale sarebbe altrimenti rimasta dispersa, e a conclusione furono attribuiti attestati di riconoscimento ai rappresentanti di tutte le Nazioni partecipanti. 499 Rivolte a un pubblico vasto, queste potevano trattare tematiche tra di loro differenti come ad esempio l’arte, la scienza, il folklore, il turismo e l’animazione (I Rassegna Internazionale del Film Etnografico e Sociologico, Catalogo, 1959; II Rassegna Internazionale del Film Etnografico e Sociologico, Catalogo, 1960). 500 Questo si articolava attorno a delle proiezioni (che, a partire dal 21 gennaio e fino alla fine di maggio, si tennero ogni mercoledì all’interno di una sala concessa dall’ENIT) cinematografiche di documentari italiani non aventi specifiche caratteristiche scientifiche, didattiche artistiche e tecnico-cinematografiche e destinati a spettatori qualificati. L’accesso avveniva tramite invito personale e i documentari proiettati venivano interamente noleggiati. 501 Lettera del 19 gennaio 1959, da Marcello Andrei all’On. Gustavo De Meo, Sottosegretario Stampa e Informazioni Presidenza Consiglio dei Ministri. Archivio Centrale dello Stato di Roma, G associazioni 1944-1986, busta 246; Lettera del 9 gennaio 1959, da Sandro Ascarelli, addetto all’ufficio Stampa, al Centro di Documentazione della Presidenza del Consiglio Ispettorato Generale per le Informazioni, Archivio Centrale dello Stato di Roma, G associazioni 1944-1986, busta 246. **Sofia Lora** , _Verso una storia del Festival dei Popoli. Indagine storico-culturale di una realtà poliedrica_ , Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze, 2025 FacebookXLinkedInTelegramWhatsAppStampa
adrianomaini.altervista.org
January 9, 2026 at 1:51 AM
Reposted by Adriano Maini
Happy New Year! Hope you all had a good holiday. It’s shaping up to be a great year on the open social web!

We’ve been busy working on new features, internal improvements, bug fixes, and exploring new networks over the last couple months. Here are the noticeable […]

[Original post on snarfed.org]
January 4, 2026 at 9:57 PM
L’Italia fu ricollocata dagli americani nel consesso internazionale per evitare che essa potesse cadere nelle mani dei sovietici collasgarba2.altervista.org/li…
L’Italia fu ricollocata dagli americani nel consesso internazionale per evitare che essa potesse cadere nelle mani dei sovietici
È difficile, se non impossibile, stabilire fino a che punto l’ingresso dell’Italia nello schieramento occidentale sia stata una scelta partorita a Roma o nelle conferenze interalleate durante il secondo conflitto mondiale. Tuttavia, è una verità il fatto che le circostanze imposte dalla Guerra Fredda difficilmente avrebbero potuto concedere all’Italia ampi margini di autonomia in politica estera. Ed è ormai riconosciuto come le vicende internazionali siano andate a influire sulle vicende della politica nazionale. Infatti, “dopo il 1943 la politica estera italiana si identificò sempre di più con la politica interna” <11. Il posizionamento dell’Italia nello schieramento occidentale fu favorito, dunque, da fattori esterni, i quali, a loro volta, andarono a inserirsi nei meccanismi della politica interna italiana. In realtà, che l’Italia fosse, de facto, scivolata nell’orbita occidentale lo si era compreso dallo svolgimento del conflitto mondiale e dalle logiche sottintese delle conferenze interalleate: basti tenere alla mente la composizione del governo militare alleato (Allied Military Government of Occupied Territories, AMGOT), composto da personale anglo-americano. In quegli anni, lo si è accennato, le logiche internazionali andavano a invadere le vicende di politica interna degli stati europei. Ciò avvenne, se si vuole drammaticamente, nell’Europa orientale. Già nel 1944, in Polonia si insediò il governo filo-sovietico egemonizzato dal Partito Operaio Unificato Polacco; sempre in Polonia, a Wroclaw, i sovietici andavano a creare il Kominform, con il compito di coordinare l’azione dei partiti comunisti europei; nel febbraio del 1948, a Praga, le forze comuniste riuscirono a imporre una costituzione che dichiarava la Cecoslovacchia una democrazia popolare orbitante nel blocco sovietico. Poco a poco, nei paesi liberati dall’Armata Rossa, vennero a formarsi una pletora di repubbliche socialiste poste sotto il comando, più o meno stringente, di Mosca. Di fronte all’aggressività sovietica, gli americani concepirono il loro piano d’intervento per salvaguardare le democrazie occidentali dall’espansionismo comunista partendo, in primis, dalle loro economie. A Washington, infatti, era ben chiaro che la distruzione e la povertà in cui versavano gli stati europei potevano essere terreno fertile per la propaganda comunista. Lo European Recovery Program, il cosiddetto Piano Marshall, infatti, “costituì contestualmente una scelta di politica economica e di politica internazionale; anzi questa duplice connotazione continuò a caratterizzare l’atteggiamento degli Usa verso l’Europa anche dopo la fine formale del piano” <12. Il succo del discorso che il Segretario di Stato George Marshall pronunciò nella Memorial Church dell’Università di Harvard era quello “di avviare un processo di unificazione politica; un’unificazione di tipo federativo, su modello americano, che tuttavia gli Stati Uniti intendevano realizzare passando attraverso stadi intermedi, quali unioni doganali, incentivazione degli scambi, liberalizzazione del commerciale, sì da costituire un mercato comune europeo” <13. Insomma, gli Stati Uniti erano pronti a intervenire per la ricostruzione dell’Europa, a patto che quest’ultima fosse compatta e disposta ad accettare gli aiuti. Un’Europa integrata, dunque, sotto gli auspici di Washington: ma un’integrazione in cui, se da una parte “gli Stati Uniti speravano di essere guidati dalle raccomandazioni degli Europei, dall’altra si ritenevano liberi di erogare maggiori o minori aiuti, a seconda della efficienza che i singoli paesi avrebbero dimostrato nel programmare la propria ripresa economica” <14. L’intervento americano avrebbe avuto come fulcro la Germania, la cui integrazione nel sistema concepito a Washington era fondamentale; come fondamentale era la collaborazione fattiva della Gran Bretagna e della Francia, quest’ultima particolarmente bisognosa di aiuti. Per quanto riguarda l’Italia, gli americani erano consapevoli che le condizioni economiche del paese erano disastrose, ma che, nonostante lo scetticismo su una sua eventuale ripresa, essa andava coinvolta nel progetto soprattutto nel timore del dilagare comunista. Dal punto di vista italiano, tuttavia, vi erano dubbi sulle modalità di erogazione degli aiuti: mentre da Roma si chiedevano aiuti immediati, a Washington l’intenzione era quella di sottintendere la concessione di aiuti a un programma di ricostruzione pianificata, magari quadriennale o quinquennale. A tal proposito, infatti, “mentre i francesi e gli inglesi avevano accettato formalmente l’idea di una programmazione economica, da parte italiana non si era ancora presa una posizione su questo punto […] ma soltanto un’adesione generica al progetto di integrazione europea” <15. Per appianare le discrepanti posizioni fu organizzata, sotto l’impulso dei ministri degli esteri francese e britannico, una conferenza da tenersi nell’estate del 1947, e a cui sarebbero stati invitati tutti i paesi europei. Quella che fu la Conferenza di Parigi, dunque, aveva il compito di formulare le richieste europee di aiuto da consegnare a Washington per essere poi vagliate dal governo statunitense. La partecipazione della delegazione italiana alla conferenza parigina fu senza dubbio un primo, tiepido, successo per la nuova Italia democratica. Ma anche a Parigi, la partecipazione italiana fu caratterizzata dalle “due componenti contradditorie che attraversarono tutta la politica estera italiana del dopoguerra: l’ansia di partecipare e il desiderio di eludere le regole della partecipazione” <16. Infatti, l’Italia andò a Parigi non solo per ricevere appoggio politico, economico e finanziario <17, “ma anche nella speranza di ottenere Trieste, le colonie e la revisione del trattato di pace” ed esigendo “un trattamento alla pari anche nel Mediterraneo […], ricordando i rapporti economici e di amicizia che legavano il paese all’Egitto, alla Siria e al Libano” <18. Ai paesi invitati a Parigi fu chiesto di stilare un programma di risanamento dell’economia, offrendo anche dei suggerimenti ai dirimpettai d’oltreoceano: il resoconto italiano, tuttavia, dimostrò “che non era stato messo a punto, a Roma, alcun programma sull’Erp” <19. Il governo italiano si limitò a garantire, previa erogazione di aiuti, lo sviluppo industriale e la ripresa economica, lasciandosi andare a una serie di “assicurazioni generiche e progetti imprecisi” <20. Le pretese italiane finirono per indispettire gli Alleati: a Washington si rimproverò all’Italia di voler dettare le condizioni nonostante la presenza di Roma ai lavori preparatori dell’Erp fosse stata una concessione, seppur interessata, dei vincitori. In definitiva, alla Conferenza di Parigi fu presentato il conto agli americani: quantificato in circa 22 miliardi di dollari, esso fu accompagnato da un unico programma di risanamento, soprassedendo le richieste dei singoli paesi. Nel febbraio del 1948, Truman firmò il decreto che andava a creare la European Cooperation Administration, l’agenzia che si sarebbe occupata dell’erogazione materiale degli aiuti. Al Congresso, tuttavia, l’opposizione repubblicana riuscì a ridimensionare il programma d’intervento, riducendolo a 17 miliardi di dollari da erogare in quattro anni. La partecipazione alle discussioni sull’Erp permise all’Italia di riaffacciarsi sul proscenio internazionale su un piano di presunta parità con le altre nazioni. Anche l’ottenimento degli aiuti americani fu un successo, vista la situazione drammatica in cui versava il paese. D’altro canto, come dimostrato dalla conduzione dei negoziati, il governo italiano aveva frainteso le intenzioni delle nazioni vincitrici: l’Italia fu ricollocata dagli americani nel consesso internazionale per evitare che essa potesse cadere nelle mani dei sovietici. In modo simile, l’Italia riuscì a ottenere il secondo successo del dopoguerra: l’ingresso, come paese fondatore, nell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. La necessità, per lo schieramento occidentale, di integrarsi non solo da un punto di vista economico, ma anche, e soprattutto, dal punto di vista militare, fu senz’altro dovuta alle contingenze dei primi anni della Guerra Fredda. Non è un caso, infatti, che la cosiddetta dottrina Truman fu enunciata dal presidente americano in concomitanza della richiesta al congresso di un vasto piano di aiuti militari (quantificati in circa 400 milioni di dollari) per sostenere i governi della Grecia e della Turchia: il primo fiaccato da una sanguinosa guerra civile che lo contrapponeva alle milizie comuniste, il secondo insidiato dagli appetiti sovietici sugli Stretti. A Berlino, nel giugno del 1948, i russi bloccarono i punti d’accesso per Berlino Ovest, interrompendo tutte le comunicazioni terrestri tra la città e il resto delle zone occupate dagli occidentali. Fu in questo clima di fibrillazione che gli occidentali compresero la necessità di integrarsi attraverso un’unione militare. Beninteso: nelle intenzioni degli americani, il progetto di una progressiva armonizzazione e integrazione era già ben fissato nel sinallagma che stava alla base dell’Erp: aiuti economici in cambio di unità politica e, soprattutto, militare. Ma, nel 1947, furono gli inglesi e i francesi a porre le basi per il primo tentativo effettivo di alleanza militare organica. In marzo, infatti, Bevin e Bidault, i ministri degli esteri dei due paesi, sottoscrissero il Trattato di Dunkerque, un patto di mutua assistenza militare in caso di aggressione esterna: il Trattato, tuttavia, era stato pensato contro un’eventuale e ritrovata aggressività da parte dei tedeschi. Di lì a un anno, nel marzo del 1948, si riunivano a Bruxelles i ministri degli esteri di Gran Bretagna, Francia e dei paesi del Benelux per porre le basi di un accordo politico-militare della durata di cinquant’anni: quello che avrebbe dato vita al Patto di Bruxelles prima, e all’Unione Europea Occidentale poi, era il tentativo di coagulare le nazioni europee contro l’espansionismo, questa volta, sovietico. L’invito, da parte del ministro inglese Bevin, rivolto al governo italiano, destò senza dubbio sorpresa e perplessità tra gli Alleati: ma fu con maggiore sorpresa e, questa volta, contrarietà, che gli stessi Alleati vennero a scoprire come De Gasperi e Sforza avessero respinto gentilmente l’offerta. Tale rifiuto fu formalizzato il 12 marzo 1948, poco più di un mese prima delle elezioni di aprile, in un colloquio tra il capo del governo italiano e l’ambasciatore statunitense in Italia, James Dunn. Il primo ministro italiano “ringraziava per l’offerta ma si diceva costretto a non accoglierla perché riteneva preferibile, alla vigilia del voto, evitare un impegno che avvicinasse troppo l’Italia all’Unione occidentale, tale da poter essere sfruttato elettoralmente dal fronte socialcomunista” <21. Ancora una volta, politica internazionale e politica interna si intrecciavano nelle sorti dell’Italia del dopoguerra: in quei mesi, “la politica estera democratica ha messo radici nella vita del paese; il che […] vuole anche dire però che il paese sente e subisce, come non mai, i problemi e i contrasti della politica internazionale” <22. Dal punto di vista del governo, “certe forme di linguaggio e certe decisioni non dipendono solo dagli uomini di Stato, ma ben più dall’atmosfera nazionale” <23. Il rifiuto italiano suscitò le ire dell’amministrazione Truman, tanto che l’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Alberto Tarchiani, registrava che “a Washington si sospettava che i nostri partiti democratici potessero indulgere ad accettare compromessi con l’estrema sinistra e fors’anche a desiderarli o comunque volessero lasciarsi cullare da miraggi di sviluppi normali e pacifici della nostra situazione interna e internazionale” <24. In realtà, alla base del mancato ingresso dell’Italia nel Patto di Bruxelles, vi erano sì ragioni di politica interna, ma non mancò certamente anche una buona dose di malizioso pragmatismo, giacché si cercò di mercanteggiare, anche in questa occasione, l’adesione al Patto con una revisione più o meno marcata delle clausole militari e coloniali del Trattato di Pace. In sostanza, “si faceva strada l’antica abitudine di sopravvalutare le nostre forze, la convinzione di poter dettare condizioni senza comprendere che l’adesione al Patto di Bruxelles avrebbe modificato sostanzialmente, di per sé, lo status internazionale dell’Italia, rendendolo non più Stato ex nemico ma membro di pieno diritto del concerto europeo e della comunità occidentale” <25. La mancata adesione dell’Italia al Patto di Bruxelles costituì una dura battuta d’arresto nell’ingresso della nazione nel consesso occidentale, sia per il rifiuto in sé, che ritardò il suo inserimento in un sistema di difesa, sia per le modalità con cui tale rifiuto avvenne e che ridestò le perplessità da parte delle nazioni occidentali. La frattura era ormai aperta e pesò gravemente anche nelle trattative per l’ingresso dell’Italia nell’Alleanza nordatlantica. Dalla loro parte, i membri dell’Unione occidentale “non volevano l’Italia al loro fianco sia per una crisi di fiducia nelle intenzioni dei partiti italiani di maggioranza sia perché, di fronte ai vantaggi che offrivano, non consideravano accettabile che l’Italia potesse porre delle condizioni e si rifugiarono ufficialmente nella scusa che l’Italia rappresentava un peso” <26. Dal suo canto, il governo italiano giudicò negativamente il Patto di Bruxelles: nel discorso alla Camera del 4 dicembre 1948, De Gasperi ammise le proprie perplessità sulla funzione antitedesca del patto <27. [NOTE] 11 R. Quartararo, L’Italia e il Piano Marshall (1947-1952), in Storia Contemporanea, 1984, vol 15, 4, pp. 647-722. 12 R. Quartararo, op. cit. 13 Ibidem. 14 Ibidem. 15 Ibidem. 16 S. Romano, op. cit. 17 La posizione italiana è riassunta efficacemente da Pietro Quaroni, all’epoca Ambasciatore a Parigi: “noi purtroppo ci vediamo solo un mezzo di riavere Tenda e Briga, Trieste e Pola e magari soltanto di essere di nuovo autorizzati ad avere un esercito ed una flotta. Ora questa è tutta una impostazione falsata del problema: l’Europa occidentale potrà diventare il terzo, ma prima bisogna che essa esista: e siccome l’Europa occidentale non la si può creare senza l’aiuto americano, (…) essa dovrà essere inquadrata nel sistema americano”. ASMAE, USA, 19, ambasciata d’Italia a Parigi, telespr. Quaroni n. 603/7744/2112, 9 luglio 1947, cit in: R Quartararo, op. cit. 18 R. Quartararo, op. cit. 19 Ibidem. 20 S. Romano, op. cit. 21 G. Mammarella, P. Cacace, op. cit. 22 B. Vigezzi, De Gasperi, Sforza e la diplomazia italiana fra Patto di Bruxelles e Patto Atlantico (1948-1949), in Storia Contemporanea, 1987, vol 18, i 1, pp. 5-43. 23 ASMAE, AP, b 410, Sforza a Quaroni, 4 agosto 1948, cit. in B. Vigezzi, op. cit. 24 A. Tarchiani, Dieci anni tra Roma e Washinton, Mondadori, Milano, 1955. 25 G. Mammarella, P. Cacace, op. cit. 26 P. Pastorelli, L’adesione dell’Italia al Patto atlantico, in Storia Contemporanea, 1983, vol 14, i 6, pp. 1015-1030. 27 A. De Gasperi, Discorsi parlamentari, Camera dei deputati. Ufficio stampa e pubblicazioni, Roma, 1985. **Luca Di Giandomenico** ,_All’ombra dell’aquila: l’Italia democristiana tra atlantismo, neutralismo e neoatlantismo (1943-1963)_ , Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2013-2014 FacebookXPinterestLinkedInWhatsAppTelegram
collasgarba2.altervista.org
January 1, 2026 at 10:43 PM
Siamo operai di grande mestiere adrianomaini.altervista.org/si…
Siamo operai di grande mestiere
Nel settembre del 1937 Antonio Meluschi e Renata Viganò si sposarono e la loro casa in Via Mascarella a Bologna divenne il punto di ritrovo di molti antifascisti i quali, di nascosto alla vigilanza poliziesca, discutevano e iniziavano a dar vita a quella Resistenza che di lì a pochi anni si sarebbe imposta con forza. Fra i molti intellettuali che frequentarono l’abitazione ci furono Pier Paolo Pasolini, Luciano Serra, Enzo Biagi, Giorgio Bassani e Achille Ardigò. Il poeta Roberto Roversi era spesso presente agli incontri bolognesi e con queste parole ricorda i due coniugi ed altri amici: “Il liceo “Galvani” in via Castiglione e il preside Chiorboli, specialista del Petrarca, con due baffi di segno particolare, molto caratteristici. La libreria Cappelli in via Farini, dove si andava a parlare e a cercare i libri di poesia che si pubblicavano in giro. Da Cappelli capitava Antonio Meluschi; dopo abbiamo conosciuto anche sua moglie, Renata Viganò. Vivevano in una violenta ma sobria povertà per conseguenza delle idee di cui non avevano paura, eppure erano sempre così liberi, nuovi, giusti (e umani) a incontrarti, anche nella loro casa di via Mascarella” <32. Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 l’esperienza partigiana ha ufficialmente inizio e il Meluschi non tarda a rendersi partecipe: “Il 9 settembre del 1943 il mio compagno partì con Pino Beltrame con una radio clandestina trasmittente, e io aiutavo gli sbandati dell’esercito distrutto a rimediare vestiti borghesi, dando via tutto quel che rimaneva di indumenti maschili” <33. Ciò che la Viganò ricorda del primo periodo della Resistenza trascorso da sola col figlio, è la paura delle incursioni aeree e del conseguente crollo degli edifici. Assistette, infatti, al tremendo bombardamento di Bologna del 25 settembre 1943 e ciò che emerge dalle sue memorie è la propria incapacità a rimanere chiusa in una cantina o in rifugio sotterraneo col cuore palpitante, col respiro sospeso per udire i rombi degli “apparecchi” e in mezzo ad una folla vociante che le metteva agitazione per i discorsi troppo spesso scontati e ridicoli («Bologna è situata in modo che dall’alto non si vede» <34). In un secondo momento con Agostino, il quale verrà soprannominato Bu, la Viganò raggiunse il marito e gli altri partigiani: è in questo momento che iniziò il suo vero e proprio impegno attivo nella Resistenza. Dette vita, da Imola dove era sfollata con la famiglia, alla rivista clandestina «La Comune», che vide la luce il 15 gennaio del 1944 e sulla quale vennero pubblicati alcuni suoi scritti, quali: “Le donne e i tedeschi”, “Le donne e i fascisti”, “Le donne e i partigiani”. Così scrive riguardo a quell’esperienza: “Erano articoli di poche pagine, una serie che mio marito mi aveva “ordinato”, senza spiegarmi molto di come dovevano essere… Scrissi cinque pezzi, tutti rivolti alle donne, a quelle cioè che avevano cuore e amore, che soffrivano per cento angustie, che tremavano per i loro cari, assenti o presenti ma tutti immersi nel pericolo” <35. Tuttavia, poco tempo dopo, il Meluschi, comandante della brigata Mario Babini venne arrestato dalle SS e incarcerato a Belluno, ma riuscì a fuggire a ricongiungersi con la moglie che, nel frattempo aveva continuato il suo lavoro da sola. Ella fu impegnata da Viserbella a Imola, da Campotto a Filo d’Argenta, prima come staffetta, poi come responsabile sanitario di brigata. In una poesia intitolata “Siamo operai di grande mestiere”, riassume così l’esperienza partigiana: “Compagni, bisogna restare qui. È una casa di contadini, e i contadini hanno paura. Ci faremo la vita dura. Ma bisogna restare qui. Abbiamo le armi e non abbiamo le scarpe. Metti i piedi in mezzo alla paglia, tirati addosso il tuo cappotto. C’è un po’ di caldo di sotto, un po’ di caldo di stalla. […] Ragazzi, a turno, in un solo bicchiere, beviamo quel fiasco di vino buono. Siamo operai di un grande mestiere, e fra poco ricomincia il lavoro. Adesso è tempo di riposare. Se tu sei triste non mi parlare; se anch’io sono triste ci metteremo a cantare. Ma io vorrei morire stasera, e che voi tutti moriste col viso nella paglia marcia se dovessi un giorno pensare che tutto questo fu fatto per niente” <36. Della sua attività di staffetta, la Viganò, ci dà prova in un racconto della Pasqua del 1945: la scrittrice e la «più combattiva delle mie “Agnese”» <37, Terzilla Montanari, furono inviate e recuperare una valigetta contenente dei timbri e i documenti della brigata Babini, gli unici che al momento della Liberazione avrebbero attestato il loro operato. Dovevano raggiungere una casa a Menate, ma qui incontrarono una popolazione ostile, «paurosa e avida, [che] si attaccava ai tedeschi che occupavano la borgata […]» <38; e soprattutto, fredde e nemiche si dimostrarono la moglie e le figlie del contadino Michele, lui più comprensivo, a casa dei quali era nascosta la valigetta. Aprendo una piccola parentesi, non si può restare muti di fronte alla somiglianza tra il contadino Michele e la sua famiglia, e i vicini di casa di Agnese in “L’Agnese va a morire”: i due uomini, Michele e Augusto, tutto sommato sono delle brave persone, ma le loro mogli e figlie assomigliano a delle arpie, le quali, volentieri, fanno la spia ai tedeschi e schierandosi dalla parte dei più “forti” e cercando di soddisfare ogni loro desiderio. Volendo concludere l’episodio, l’avventura delle due donne si risolse in maniera, tutto sommato, positiva: «Successe un pandemonio, ci picchiarono, io ci rimediai un occhio pesto e volevano buttarci nel canale, ma avevamo la valigia recuperata» <39. Nel marzo del 1945 le venne data la direzione del comparto e fu in grado di costituire una ragnatela di presidi ben ramificata sul territorio. Della sua attività di instancabile e devota infermiera ci ricorda in un episodio della primavera del ’45: “Una volta, già quando eravamo vicini all’offensiva di primavera, e i bombardieri angloamericani cominciavano a seminare il terreno per l’avanzata, vedemmo passare la “cicogna” sulla nostra piana spoglia, tra Alfonsine e Argenta. […] quella volta la “cicogna” credette di vedere chissà quale obiettivo militare nello sparuto mucchio di case del Mulino di Filo, ed emise un sottile fumo bianco. Subito salì il musicale suono dei motori in formazione, e il precipitare delle bombe, vicine, lontane, un rombo, un tremolio della terra che sembrava riempire l’orizzonte intero. […] subito trovai Armando Montanari, detto E’Desch, che mi disse di un disastro accaduto poco lontano, al di là della strada del paese. […]. Urli di feriti, pianti di sopravvissuti, immobilità polverosa di morti. Lavorammo faticosamente intorno ai corpi straziati, liberandoli da pietre e da mobili a pezzi, vedemmo bimbi morti con le faccine ancora lucenti di lacrime e di vita. Pareva impossibile che non potessero più rialzarsi e correre sulle loro scarpine rotte. Mi rammento di una donna con le carni tanto sciupate di piaghe da ritrovare con difficoltò un lembo intatto per farle la puntura antitetanica, e una bella ragazza riccia e bionda cui un frammento di ferro aveva stracciata la mammella, come una stupenda statua mutilata. Eppure di erano salvate entrambe, le rividi guarite dopo molti mesi, e la prima era riuscita a riprendere l’uso di gambe e braccia, e la più giovane era ancora bella, ma come un’amazzone con un unico seno. Io non avevo dimenticato la loro faccia, ma esse, naturalmente, di ritorno dalla soglia della morte, non potevano riconoscermi” <40. Il suo impegno come infermiera e di donna caritatevole si profonde anche al ritorno, di fronte ad un tedesco che probabilmente coinvolto nell’esplosione, sebbene sembrasse non ferito, aveva la «maglia sporca e la giubba a brandelli»: chissà che non recasse lesioni profonde: «In quel momento sentivo scarsa la solidarietà imposta dalla mia professione, e l’avrei lasciato volentieri a mugolare raucamente […]». Ma il marito, con uno sguardo deciso e imperioso, le intima di fermarsi e di fare il suo dovere. Tuttavia, dopo aver medicato l’uomo delle SS, ed essersi un poco allontanata per bere, questo prende la sporta con le medicine e se la dà a gambe. Così la Viganò, risentita soprattutto del fatto che non le rimaneva più alcuna medicazione per i bisognosi si ritrova a giurare cose terribili: «Giurai che mia più, ad onta delle leggi internazionali, avrei steso una mano a curare un nemico: un nemico come quello, un SS» <41. Qualche giorno prima della Liberazione, poi, aiutò anche una donna della brigata, l’Albina, a partorire. La Viganò era preoccupata per le scarse condizioni igieniche in cui si trovavano a compiere l’operazione e temeva che, sia la madre, sia il bambino non sarebbero sopravvissuti: «Invece venne un bambino di quattro chili, con la cosiddetta benedizione della “camicia della madonna”, ossia una pelle bianca e viscida intorno al corpicino» <42. Dopo la Liberazione l’impegno politico e sociale non venne meno, né alla Viganò, né al marito e, tornati a Bologna, la loro casa fu di nuovo luogo di incontro per giovani intellettuali come Tobino e D’Agata. [NOTE] 32 R. Roversi, Pasolini nella memoria, «Il manifesto», 6 Giugno, 1981. 33 R. Viganò, La mia guerra partigiana, in Matrimonio in brigata, Milano, Vangelista, 1976, p. 147. 34 Ivi, p. 148. 35 R. Viganò, La bisnonna Caterina, «L’Unità», 11 Dicembre 1949. 36 R. Viganò, Siamo operai di grande mestiere, in Epopea partigiana, a cura di A. Meluschi, A.N.P.I regionale Emilia e Romagna, 1948, p. 91 (consultabile on line al sito: http://parridigit.istitutoparri.eu/fondi.aspx?key=dettaglio&fondo=1&cp=14&from=ricerca&rec_id=42). 37 R. Viganò, La mia guerra partigiana, in Matrimonio in brigata, Milano, Vangelista, 1976, p. 158. 38 Ibidem. 39 Ivi, p. 159. 40 Ivi, pp. 153-156. 41 Ivi, p. 157. 42 Ivi, p. 160. **Valentina Moschini** , _Romanzi di guerra nel Novecento italiano. Comisso, Malaparte, Viganò_ , Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2015-2016 FacebookXLinkedInTelegramWhatsAppStampa
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January 1, 2026 at 11:25 AM
I partigiani di Manzano collasgarba2.altervista.org/i-…
I partigiani di Manzano
Manzano (UD). Foto: Carlo Brandes. Fonte: Wikimedia Cormòns e Manzano erano due paesi all’avanguardia nella lotta al fascismo; non a caso fu da questi due paesi che la Resistenza attinse molte delle sue forze (soprattutto all’atto della formazione dei reparti) e non per nulla gli abitanti di questi due comuni limitrofi andarono a comporre alcuni dei quadri dirigenti della Garibaldi (in zona e non), influenzando significativamente anche gli abitanti di San Giovanni al Natisone. A Cormòns il movimento antifascista era già forte ed organizzato durante il “ventennio”. Qualcuno era già iscritto al partito comunista. Il paese diede i natali ad alcuni dei più importanti capi partigiani della regione, come Giovanni Padoan (Vanni) e Vincenzo Marini (Banfi) <100, che già avevano dovuto subire processi ed esilii forzati a causa delle loro idee contro il regime (retate del 1935) <101. Cormonesi furono molti di quei primi combattenti friulani, già adeguatamente formati politicamente, che si batterono al fianco degli sloveni e degli operai isontini e monfalconesi nella battaglia di Gorizia. Fu, forse, anche per questo motivo che il generale Kübler, comandante della Wehrmacht per il Litorale Adriatico, decise di installare il comando nella località di Spessa, nelle immediate vicinanze di Cormòns <102. Anche a Manzano la partecipazione al movimento resistenziale fu un fenomeno che coinvolse la maggior parte della popolazione. Qui, dopo l’8 settembre, sorse uno dei primi Comitati di Liberazione Nazionale della regione che curò con gran successo la mobilitazione politica, l’arruolamento e il rifornimento dei combattenti nelle formazioni partigiane. Molti giovani si arruolarono da subito in questo movimento, alcuni entrando a far parte dei G.A.P. guidati dal conosciuto Umberto Bon (Bensi), che sarà poi fucilato a Udine dai tedeschi il 9 aprile 1945 <103. A riprova di questa partecipazione sta il fatto che uno dei reparti più specializzati e professionali della “Natisone”, quello dei mortaisti, era composto esclusivamente da manzanesi, comandati da Seffino Michele (nome di battaglia “Marco”); si possono inoltre ritrovare altri 11 manzanesi che ricoprirono cariche varie di comando nelle formazioni combattenti <104. Numerosi, quindi, furono gli abitanti di questo paese che parteciparono alla lotta di Liberazione e molti, in percentuale, quelli che morirono per la causa partigiana: si contano 1477 partigiani combattenti (tra G.A.P. e reparti di montagna), 240 patrioti e 600 collaboratori (per lo più appartenenti alle S.A.P. e ai Comitati locali); di questi 27 morirono, 23 furono feriti, 13 deportati <105. Dei civili circa 200 furono incarcerati tra Gorizia, Udine e Palmanova e 50 furono deportati. Nell’arco di 20 mesi di Resistenza molti altri manzanesi parteciparono alla lotta (anche con azioni armate) mantenendo contemporaneamente la propria attività lavorativa. Molti altri, poi, si unirono ai primi nell’insurrezione armata dell’aprile 1945. Andando ad analizzare i caduti dell’intero manzanese, possiamo constatare come tutti i comuni contribuirono in termini di vite umane, alla causa partigiana: a San Giovanni furono 24, da sommare ai 24 di Corno di Rosazzo che allora non faceva ancora comune a sé, a Premariacco furono 13, 9 a Buttrio e 2 nel piccolo borgo di Chiopris. Decisivo, per lo studio dei reparti partigiani armati in questa parte di Friuli, è il ruolo della divisione “Natisone” che, a testimonianza della vitalità e dell’importanza strategica della zona, fu la più colpita tra le divisioni d’Assalto Garibaldi, contando ben 1389 caduti e 796 feriti <106, anche se la maggior parte delle perdite della Divisione furono inflitte dai tedeschi nei furiosi rastrellamenti che la colpirono nell’inverno e nella primavera del 1945, dopo il suo passaggio in Slovenia. I primi reparti, quelli dai quali si sarebbero articolati ed avrebbero preso vita tutti i reparti partigiani della regione, si formarono proprio sulle colline del Collio e sui monti del Friuli orientale (Valli del Natisone, zona di Attimis e Faedis), in luoghi non lontano da San Giovanni e da Manzano. La quasi totalità dei reparti operanti nella zona, nell’autunno del 1943, era costituita da garibaldini. Dal pionieristico “distaccamento Garibaldi” (marzo 1943) si formarono, con l’aumentare dei volontari, quattro battaglioni: il “Garibaldi”, il “Friuli”, il “Pisacane” e il “Mazzini”. Il “Mazzini”, nato il 17 ottobre, ebbe come primo comandante “Filzi” (il quale però lasciò presto il posto a “Sasso”), commissario fu nominato “Vanni”; ci interessa particolarmente dato che fu l’unico reparto partigiano ad operare sul Collio, in stretta vicinanza con gli attuali comuni di San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo. Da questi quattro battaglioni nascerà la prima brigata, la Garibaldi “Friuli”. [NOTE] 100 Commissari politici della Garibaldi “Natisone”. 101 A conferma della vitalità antifascista di Cormòns, oltre a numerosi testi scritti, ci sono anche alcune testimonianze orali di abitanti del manzanese da me raccolte. 102 Informazione confermata da E. COLLOTTI (Il litorale…, cit., p. 81) e T. FERENC (cit., p. 68). 103 Nell’Archivio Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste si trova la biografia di “Bensi” e del gruppo omonimo da lui formato (che diventerà la IV Commissione Economica Militare), inviata al C.V.L. da “Ferro” e “Pellone”, rispettivamente comandante e amministratore della IV C.E.M.. (I.R.S.M.L., B. CXLIII). 104 W. PERUZZI, Manzano, Storia e folclore, Cassa Rurale ed Artigiana di Manzano, Udine, 1984. Da segnalare che Manzano ha avuto 380 riconoscimenti tra partigiani e patrioti combattenti a fronte di una popolazione totale di circa 1350 abitanti. 105 I.F.S.M.L., Caduti, dispersi e vittime civili della Seconda Guerra Mondiale, provincia di Udine, vol. I, tomo I e II, Udine 1987; per W. PERUZZI (cit., p. 60) i morti furono 31. 106 G. A. COLONNELLO, cit., p. 17. **Alessio Di Dio** , _Il Manzanese nella guerra di Liberazione. Partigiani, tedeschi, popolazione_ , Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2002-2003 FacebookXPinterestLinkedInWhatsAppTelegram
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December 30, 2025 at 1:34 PM
Bruno Fonzi stava curando la pubblicazione dell’”Isola di Arturo” adrianomaini.altervista.org/br…
Bruno Fonzi stava curando la pubblicazione dell’”Isola di Arturo”
Tra la fine del 1953 e l’inizio del 1954 Claudio Claudi, incoraggiato forse da alcuni amici <141, spedisce presumibilmente il manoscritto de _L’anatra mandarina_ all’Einaudi. L’eventualità di pubblicare il testo viene considerata dall’autore come «una possibilità di lavoro ancora libera e felice, un’espressione di personalità» <142. L’opera si caratterizza come la realizzazione di «un “libro” da un diario di pensiero» <143, in cui l’autore cerca di mostrare la sua riflessione teorica a partire dalla sua dimensione biografica, operazione che gli costa la fatica di passare «da un problema a un altro, da un piano intellettuale ad un altro» <144. Il 5 ottobre del 1954 Bruno Fonzi <145 e Renato Solmi <146 rispondono a Claudi ricusando la pubblicazione del testo. Le motivazioni del rigetto vengono individuate in problematiche di natura principalmente teorica. Solmi considera il testo «anacronistico» <147 e non in linea con l’impostazione ideologica della casa editrice torinese, in quanto l’individuo si caratterizza come «un prodotto della storia, e tutt’altro che “eterna luce trascendente”» <148. Oltre alle critiche di Solmi, Fonzi precisa come «alcuni capitoli mancano di quell’assoluto rigore stilistico, o concettuale, che il genere richiede; o meglio, l’approssimazione stilistica riflette l’imperfetta chiarezza concettuale» <149. Gli effetti psicologici di queste critiche sono devastanti e amplificano una situazione già difficile e dolorosa, come descritto nel diario 1954: “Il rifiuto del mio libro da parte di Einaudi è stato un colpo netto che ho avvertito come una pugnalata allo stomaco. Qualunque siano le ragioni è stato tuttavia un rifiuto, il colpo di ritorno di boomerang lanciato in una direzione sbagliata” <150. _141 «Ho dato in lettura quella specie di piccolo o grosso zibaldone che mi accade talvolta di indicare col nome di diario» (Diario 1949-1955, p. 49). E più avanti troviamo: «Pare che certo mio diario filosofico piaccia. Oggi ho sognato una bella edizione presso uno degli editori più importanti d’Italia» (Ivi, p. 50). 142 Diario 1954 gen, p. 20. 143 Ivi. 144 Ivi. 145 Bruno Fonzi (Macerata, 27 gennaio 1914 – Milano, 5 giugno 1976) è stato uno scrittore e traduttore italiano, collaboratore di case editrici. 146 Renato Solmi (Aosta, 27 marzo 1927 – Torino, 25 marzo 2015) è stato un germanista, traduttore e insegnante italiano. 147 F.C., Lettera Einaudi, 5 ottobre 1954. La lettera non è stata archiviata ed è conservata nei documenti personali di Claudi. 148 Ivi. 149 Ivi. 150 Diario 1954 lug., p. 29._ **Gabriele Codoni** , _Claudio Claudi: un episodio sconosciuto di umanesimo nel secolo breve. Biografia intellettuale, introduzione critica ed edizione filologica di Realtà e valore_ , Tesi di dottorato, Università degli Studi Urbino Carlo Bo, anno accademico 2017-2018 […] E’ significativo lo scambio di lettere che intercorre tra Elsa Morante, Luciano Foà e il redattore della casa editrice Einaudi, Bruno Fonzi (che stava curando la pubblicazione dell’ _Isola di Arturo_), a proposito degli spazi bianchi da lasciare nel testo. Il 15 novembre 1956, la scrittrice «riscrive» a Luciano Foà «i particolari» sui quali era già stato preso un accordo verbale: “Ciascuno degli otto lunghi Capitoli richiede un occhiello (mi sembra che si chiami così la pagina bianca con l’indicazione del Cap. e il titolo nel centro). Essendo ognuno degli otto Capitoli principali suddiviso in numerosi Capitoli più brevi, fra la chiusa di ciascuno di questi e il titolo del successivo si richiede uno Spazio di circa un terzo di pagina. Le suddivisioni interne che talvolta si trovano nei Capitoli brevi (e che da me sul testo sono indicate con delle lineette) richiedono, fra l’una e l’altra, uno Spazio minore, possibilmente segnato da qualche asterisco o simili. Scusami se insisto su questi particolari, ma lo faccio perché, nel mio testo, queste indicazioni prendono un valore non solo tipografico, ma anche poetico. Riguardo ai caratteri, quelli su cui già ci trovammo d’accordo (usati per il romanzo supercorallo di Natalia), mi sembrano i migliori per questo romanzo”. Il 19 novembre, Bruno Fonzi risponde alla Morante che sarebbe stato meglio fare incominciare «sempre a pagina nuova» i capitoli «più brevi entro i capitoli principali», piuttosto di «lasciare uno spazio di un terzo di pagina, che è molto brutto», tenendo conto del fatto che «all’interno di questi capitoli brevi ci sono già altre divisioni con spazio bianco». La reazione della scrittrice è molto netta: “Non è possibile […] la modifica da Lei proposta riguardo agli spazi fra i Capitoli brevi. Il fatto è che questi spazi, così come io li ho indicati sul testo dattiloscritto, rispondono, nel mio racconto, a un determinato ritmo narrativo: per il quale ognuno dei capitoli principali – divisi da occhiello -, serba, attraverso le pause fra i capitoli brevi, una sua continuità di azione. E’ necessario, perciò, mantenere fra i successivi capitoli brevi, questi spazi sulla stessa pagina; li si potrà, magari, ridurre a un poco meno di quel terzo di pagina che si era deciso, se Leo lo giudica necessario per l’estetica tipografica”. **Alberto Cadioli** , _Le diverse carte. Osservazioni sull’intermediazione editoriale e la trasmissione del testo in età contemporanea_ , Bollettino di italianistica, 1/2006, gennaio-giugno I primi romanzi di Roberto Roversi e di Fulvio Tomizza, apparsi nella «Medusa degli italiani» diretta da Gallo (e a lui attribuiti nella tabella 1) transitarono per esempio in Mondadori a seguito della chiusura dei «Gettoni» di Vittorini, che aveva già selezionato quei libri per la sua collana. Fu invece Vittorini a pubblicare nel 1951, come primo numero dei «Gettoni», l’opera prima di Franco Lucentini, _I compagni sconosciuti_ , ma avvalendosi, come era sua abitudine, della consulenza di numerosi colleghi, tra i quali ebbe un ruolo decisivo lo scrittore e traduttore Bruno Fonzi. Lucentini stesso, in una lettera al fratello, restituisce il sapore del lavoro di squadra, plurale e litigioso: «Mi hanno detto Fonzi e Pavese che i racconti sono molto piaciuti: Pare che al meeting editoriale con Einaudi, tutti, Ginzburg, Fonzi e Pavese, ne abbiano fatte lodi così alte che Einaudi, pur non avendolo letto, si è ribellato e ha detto che loro tre capiranno l’estetica ma non l’editoria, e che una breve raccolta di racconti, in quanto breve e soprattutto di racconti, non ha ragione di essere pubblicata. Ma non è finita lì perché adesso Einaudi leggerà i racconti lui stesso e loro scommettono che cambierà idea. Perché insomma, dice la Ginzburg, “gli dovranno piacere”». **Mariarosa Bricchi** , _L’età del benessere_ in I romanzi degli altri: scrittori-editori, editori-scrittori, Atlante della letteratura italiana 3, Einaudi, 2012 FacebookXLinkedInTelegramWhatsAppStampa
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December 26, 2025 at 10:17 AM
La morte di un grande sindaco di Roma collasgarba2.altervista.org/la…
La morte di un grande sindaco di Roma
l’Unità, sabato 10 ottobre 1981 A pesare sui progetti di rinnovamento della capitale promossi dal Pci giunge improvvisa la morte di Petroselli, il 7 ottobre 1981. Perno del rinnovamento di una federazione romana del Pci «restia al nuovo che veniva dalle esperienze degli anni ‘70» e «subalterna ai vertici nazionali», accade che dalla sua prematura scomparsa si sprigioni una sincera e trasversale emozione. Il saluto che la folla tributa al sindaco «caduto sul lavoro» è imponente (al funerale accorrono 50.000 persone) e il «grande addio di Roma a un grande sindaco» <675 celebra uno dei momenti-cardine della liturgia comunista, le cui radici affondano nella impressionante mobilitazione in occasione dei funerali di Togliatti, come meccanismo di coinvolgimento collettivo. Paolo Bufalini ne coglie il senso: «dopo i funerali di Togliatti, nulla abbiamo visto di paragonabile all’ondata di dolore e rimpianto per la repentina morte del compagno Luigi Petroselli, sindaco di Roma» <676. Risulta dunque evidente quel nesso inscindibile «stabilitosi nel corso dell’età contemporanea, seppur con accenti diversi, tra la morte, il rito funebre e l’affermazione di un sentimento di appartenenza politica, veicolo principale di quella sacralizzazione della politica che nella tradizione socialista si accentua sensibilmente con la Rivoluzione d’ottobre» <677. Il coro di voci che sottolineano le qualità del sindaco è unanime e Andreotti ne esalta «la dirittura morale e l’intima coerenza» <678. Petroselli riesce a coagulare attorno ad un instancabile lavoro ed una specchiata figura consensi larghi, anticipando la grande commozione che tre anni dopo avrebbe salutato la morte “sul campo” di Berlinguer, restituendoci l’immagine di una militanza devota <679. Sarà lo stesso Berlinguer a redigere l’epitaffio sulle colonne de «l’Unità», rimarcando il valore umano dell’ex sindaco in una rappresentazione che colloca il nuovo anno zero della vita di Roma nella vittoria del Pci. Il contributo di Petroselli nel rinnovamento dei comunisti romani è fondamentale, con: “[…] il segno dell’efficienza contro mille difficoltà e con il gravame di un’eredità disastrosa, il segno del rigore contro mille lassismi, della fantasia contro burocratismi stantii, della fiducia e della democrazia contro la disgregazione e l’indifferenza. Roma deve molto a Luigi Petroselli: gli deve l’inizio di una ripresa della sua vita come metropoli moderna e come degna capitale della Repubblica democratica”. <680 Gli subentra Ugo Vetere, navigato esponente comunista del consiglio comunale, già capogruppo ed assessore al bilancio. Si forma in questo modo una giunta di minoranza con 39 voti, composta da Pci, Psi e Pdup, destinata ad una grande litigiosità interna e a riflettere, nella sua parabola politica, i giochi della politica nazionale <681 e della contrapposizione fra Pci e Psi. [NOTE] 675 La narrazione su «l’Unità» offre uno spaccato interno ma toccante, dove liturgia politica ed emozioni trovano un significativo punto di saldatura: «Il funerale di Petroselli è un immenso, doloroso incontro di popolo, ma è anche un funerale «ufficiale», col suo protocollo e la sua (scarna) regia. Il cerimoniale prevede per ognuno il suo posto: prima giunta e consiglio comunale, poi autorità, poi i sindaci… Ma il cerimoniale non è stato studiato per un sindaco comunista, per uno che in mezzo ai romani ci stava come il pesce nell’acqua, e quindi per il popolo di questa città nel corteo funebre non c’è un posto assegnato». Il grande addio di Roma a un grande sindaco, in «l’Unità», 10 ottobre 1981. 676 P. Bufalini, Luigi Petroselli comunista e sindaco di Roma, in «Rinascita», XLI, 1981, p. 17. 677 M. Galfrè, «Ognuno pianga i suoi». Morti, riti funebri e lotta armata nell’Italia degli anni ’70, in «Memoria e Ricerca», LVIII, 2018, p. 337. 678 G. Andreotti, La dirittura morale e l’intima coerenza, in «Rinascita», XLI, 1981, p. 19. 679 Una parte specifica dell’identità e della ritualità dei comunisti italiani, quella della formazione, è oggetto dell’analisi approfondita di A. Tonelli, A scuola di politica. Il modello comunista di Frattocchie (1944-1993), Roma-Bari, Laterza, 2017. 680 Il grande addio di Roma a un grande sindaco, in «l’Unità», 10 ottobre 1981. 681 Vicesindaco: Pierluigi Severi (Psi); Assessore al Bilancio: Ugo Vetere (Pci); Assessore alla Cultura: Renato Nicolini (Pci); Assessore al Traffico: Giulio Bencini (Pci); Assessore alla Sanità: Franca Prisco (Pci); Assessore alla Scuola: Roberta Pinto (Pci); Assessore alla Polizia urbana: Mirella D’Arcangeli (Pci); Assessore alle Borgate e ufficio casa: Piero Della Seta (Pci); Assessore al Centro storico: Carlo Aymonino (Pci); Assessore all’edilizia pubblica e privata: Lucio Buffa (Pci); Assessore agli affari generali e sport: Luigi Arata (Pci); Assessore al turismo: B. Rossi Doria (Pci); Assessore al Piano regolatore: Vincenzo Pietrini (Psi); Assessore ai lavori pubblici: Tullio De Felice (Psi); Assessore all’Annona: Salvatore Malerba (Psi); Assessore al Personale e decentramento: Raffaele Rotiroti (Psi); Assessore all’Avvocatura: Alberto Benzoni (Psi); Assessore alla Nettezza urbana: Celeste Angrisani (Psi). Petroselli resta sindaco di Roma coi voti del Psi, in «la Repubblica», 18 settembre 1981 **Marco Gualtieri** , _La città immaginata. Le Estati romane e la “stagione dell’effimero” (1976-1985)_ , Tesi di dottorato, Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, Anno Accademico 2019-2020 FacebookXPinterestLinkedInWhatsAppTelegram
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December 24, 2025 at 11:37 AM
A Londra l’artista ha realizzato l’istallazione E(U)nglish Lawn adrianomaini.altervista.org/a-…
A Londra l’artista ha realizzato l’istallazione E(U)nglish Lawn
fig. 40 – Federico Seppi, E(U)nglish Lawn, 2019, juta, terra, semi, dimensioni variabili. Fonte: Francesco Fanelli, Op. cit. infra fig. 41 – Federico Seppi, Goccia, 2019, legno di abete rosso, rame ossidato e argilla rossa grezza, 150 cm, diametro: 35 cm. Fonte: Francesco Fanelli, Op. cit. infra Federico Seppi è nato a Trento il 24 settembre 1990. Nel 2009 si è diplomato presso l’Istituto d’Arte Alessandro Vittoria. Si è iscritto all’Accademia di Venezia subito dopo la maturità, effettuando un percorso accademico molto vario. Inizialmente si è iscritto a pittura, frequentando l’atelier di Carlo Di Raco; su suggerimento di quest’ultimo, al secondo anno del triennio, gli è stato consigliato di frequentare contemporaneamente il corso di “Scultura” tenuto da Roberto Pozzobon <627. Al termine del triennio, nel 2014, ottiene il diploma di Primo Livello in Pittura con Claudia Cappello, discutendo una tesi con Pozzobon come relatore. Dato l’interesse per il metodo didattico di quest’ultimo, Seppi ha scelto di proseguire gli studi iscrivendosi al biennio di Scultura, ma non dopo aver frequentato il corso di “Fine Arts” alla Cardiff Metropolitan University tra il 2015 e il 2016. Nel 2018, con la quiescenza di Pozzobon, subentrava Mario Airò come titolare di cattedra, è con quest’ultimo che Seppi avrebbe finito il proprio percorso, laureandosi nella primavera del 2020 <628. Inoltre, per la formazione tecnico-teorica dell’artista va segnalato l’incontro con diversi professori, tra cui: Aldo Grazzi, Marta Allegri, Elena Molena e Guido Cecere. Bisogna altresì ricordare l’importanza dello storico atelier di Scultura nel quale Seppi si è formato, che dal Novecento ha avuto in veste di docente artisti come Arturo Martini, Alberto Viani, Giancarlo Franco Tramontin, Roberto Pozzobon, David Marinotto e Mario Airò <629. Nel 2017 Seppi ha aperto il proprio studio (Factory Studio) a Malgolo, in Val di Non, e l’anno seguente è cominciata la sua collaborazione con la Galleria Boccanera <630. Dal 2012 ha partecipato a numerose mostre collettive in Italia <631 e all’estero (Logroño, Cardiff, Cracovia, e Londra). Fra le collettive si è scelto di segnalare la partecipazione all’evento pubblico veneziano _Artnight 2011_ ; qui Seppi è stato coinvolto dall’Accademia realizzando un happening sottoforma di installazione, caratterizzato da un’indagine sulla natura della luce. L’opera era costituita da agglomerati di ghiaccio inseriti su una rete metallica verticale, tale ricerca si incentrava sugli effetti luminosi riflessi nel ghiaccio e sul conseguente e inesorabile scioglimento materico, ciò era funzionale a fornire agli spettatori un coinvolgimento di tipo sensoriale. Inoltre, grazie all’Accademia, Seppi ha avuto modo di esporre al Magazzino del Sale n.3, all’ _Open 16_ di San Servolo del 2014 e di partecipare all’allestimento dell’opera _Respirare l’ombra_ di Giuseppe Penone, entrando in contatto con l’artista e i suoi collaboratori. Va in ultimo segnalata la partecipazione alla collettiva _Natura, Arte e Ecologia_ del 2015 svoltasi presso la Galleria Civica di Trento. Per quanto riguarda le personali bisogna citare _Icebreaker_ <632, prima mostra personale dell’artista, tenutasi alla Galleria Boccanera di Trento dal 5 marzo al 30 giugno 2021. L’esposizione ha ospitato una ventina di opere di Seppi, diverse per dimensioni e per medium; il filo conduttore della mostra riguardava l’attuale tema del ghiacciaio come «metafora dell’esistenza e della sua metamorfosi» <633. Altri dati da segnalare sulle esperienze dell’artista sono: la partecipazione ad alcuni workshop <634, svariate pubblicazioni sul suo conto, l’ottenimento di due premi, molte partecipazioni con la Boccanera ad ArtVerona e una alla fiera Artissima, un programma di residenza a Londra nel 2019, e infine, la selezione nel 2021 da parte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma per un progetto espositivo all’interno del museo. Da un punto di vista produttivo Seppi ha realizzato performance, happening, progetti site-specific e opere scultoreo-installative di dimensioni molto diverse fra loro, ciononostante egli predilige la realizzazione di grandi opere. Invece, per l’uso dei materiali deve molto allo stile di insegnamento di Pozzobon, il quale forniva agli studenti nozioni operative sulle tecniche installative e sull’uso e il connubio di differenti _medium_. Difatti nell’opera di Seppi è centrale la ricerca su una moltitudine di materiali e le loro proprietà, tra questi si ricordano: legno, rame ossidato, alluminio, resina, foglia d’argento, vetro, ceramica, ferro, pietra, juta e molti altri. L’artista ha spesso usato anche la foglia d’argento come strato coprente di opere lignee, fornendo un effetto di camuffamento sulla natura e sulla visione del _medium_ strutturale. La poetica dell’artista si incentra sulla sperimentazione dei materiali per indagare la natura. Quest’ultima è sempre centrale nell’opera di Seppi, il quale ragiona anche sul rapporto ambiente-natura, non tralasciando le questioni ecologiche, affrontate principalmente attraverso lavori di tipo concettuale. Infatti, come accennato poc’anzi, l’artista ha affrontato (e affronta) tematiche ambientalistiche, come lo scioglimento dei ghiacciai, eseguendo ricerche sugli effetti che il tempo e il riscaldamento forniscono al ghiaccio. Durante l’azione creativa l’artista non ignora la componente performativa alla base del processo di realizzazione scultoreo o installativo <635. In molti casi i suoi lavori presentano un aspetto astratto, questo perché «L’astrazione diviene un lavoro di selezione e salvaguardia di quelle qualità formali intrinseche del materiale» <636. In occasione del suo soggiorno a Londra <637, avvenuto nel 2019, l’artista ha realizzato l’istallazione _E(U)nglish Lawn_ , esposto all’Estorick Collection of Modern Italian Art. L’opera consisteva nella giustapposizione di ventisette sacchi di juta, ciascuno con applicato il nome di uno stato europeo e riempito di terriccio e sementi provenienti dalla nazione in questione. Il lavoro era anche volto a riflettere sulla Gran Bretagna e la sua apertura alle contaminazioni culturali, anche se più in generale l’opera riguarda il concetto di diversità culturale come intrinseca ricchezza del patrimonio umano. Inoltre, l’installazione, si basava su una costante interazione col pubblico, il quale aveva il compito di innaffiare le terre, in modo che queste potessero crescere portando alla finale resa estetica all’opera (fig. 40). L’altro lavoro preso in analisi, sempre del 2019, è _Goccia_ <638, una scultura <639 con una struttura in legno di abete rosso ricoperta da uno strato di rame ossidato, il quale fornisce un colore grigio-azzurro all’opera. Come è facile evincere dal titolo il soggetto rappresentato è una goccia, che poggia su delle decorazioni concentriche realizzate con dell’argilla rossa grezza, posta sul terreno con una precisione chirurgica. L’opera ha l’intento di evocare l’effetto che le gocce causano sulla superficie dell’acqua quando cadono, perciò, attraverso la propria scultura, l’artista ha scelto di rappresentare un fenomeno fisico naturale (fig. 41). Per novembre l’artista ha in programma una mostra personale alla Galleria romana Dal Bosco + Kessler Gallery. Attualmente vive e lavora presso il proprio studio, a Malgolo. [NOTE] 627 Durante il periodo in cui Seppi ha avuto a che fare con Pozzobon non vi era un assistente d’atelier fisso, poteva anche capitare che Pozzobon facesse fare l’assistente a propri studenti. Questo tipo di scelta non era così inusuale in Accademia. 628 Presentando la tesi Materia Viva con Raffaella Miotello come relatrice. 629 È altrettanto importante sottolineare una sorta di continuità stilistico-formale nella produzione scultorea di Viani, Tramontin e Marinotto. 630 La Galleria è nata nel 2007 e oltre agli artisti di formazione accademico-veneziana già citati, Boccanera collabora con: Cristian Avram, Corrado Bonomi, Linda Carrara, Juan Carlos Ceci, Cristian Fogarolli, Dido Fontana, Daniel Gonzáles, Debora Hirsch, Tamara Janes, Walker Keith Jernigan, Michele Lombardelli, Richard Loskot, Marcus Lutyens, Vlad Nancă, Davide Quartucci, Fabio Roncato, Sebastiano Sofia e Willy Verginer. 631 Pordenone, Trento, Coredo, Venezia, Bassano, Roma e Rovereto. 632 Curata da Chiara Casarin e Giovanna Nicoletti. 633 https://www.tm-online.it/icebreaker-prima-personale-di-federico-seppi/. 634 Due dei quali svolti a Venezia, di cui uno curato da Di Raco nell’A.A. 2012-2013. 635 FEDERICO SEPPI, Materia viva, [tesi di laurea], Accademia di Belle Arti di Venezia, Venezia A.A. 2018-2019, p. 50. 636 Ivi, p. 49. 637 Scaturito dall’Art Residency – London is Open 2019, realizzato da Art Apartments in collaborazione con l’istituto di cultura finlandese The Finnish Institute a Londra e il museo Estorick Collection of Modern Italian Art. Ivi, p. 57. 638 Esposta a Palazzo Aliprandini-Laifenthun a Livo (TN). 639 Altezza 150 cm, diametro 35 cm. **Francesco Fanelli** , _L’Accademia di Venezia dagli anni Novanta ai primi anni Dieci del Duemila, rapporti con le istituzioni e analisi del lavoro di alcuni giovani diplomati_ , Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2023-2024 FacebookXLinkedInTelegramWhatsAppStampa
adrianomaini.altervista.org
December 20, 2025 at 7:28 AM
Quanto alla flora, essa ha quell’aria dottamente carceraria che è propria dei giardini botanici adrianomaini.altervista.org/qu…
Quanto alla flora, essa ha quell’aria dottamente carceraria che è propria dei giardini botanici
Lasciato a scorrazzare per i suoi mondi, Sanguineti si fa poi arcade rovesciato di una Natura tutta da ridiscutere attraverso la rivelazione della sua storicizzabilità, ossia al suo essere ugualmente Libro (e anche la scienza che se ne occupa si rivelerà, necessariamente, una storiografia <180) o anche, se ci si ricorda di stare attraversando il «secolo del montaggio» <181, nella sua facile trasformazione in materiale filmico e televisivo: è il caso del dibattito sul programma _Sud e magia_ <182 del 1978, che contiene alcune delle più belle pagine sopra la prima della grandi paronomasia sanguinetiane che incontreremo, ossia «il primitivo che è il negativo» (Magia industriale, SCR 95). Perché la vita imita l’arte, come recita il paradosso di Wilde – fonte per una volta davvero insospettabile <183, ma incontriamo anche un più prevedibile Foscolo per cui «il suo “naturel” non è quello degli altri» in _Un nostro Stendhal_ , SCR 27 – e «la geografia si trasporta al politico, e al morale» (Le parole geopolitiche, GH 82): “Bello di natura e bello d’arte […] sono due figli, in dialettico gemellaggio, delle istituzioni e della realtà sociale: insomma, sono entrambi storia. […] Dimmi quale paesaggio ti rapisce l’anima, e ti dirò a che classe appartieni […] La fine del pittoresco naturale, e il suo esito storico, è nel paesaggio quotidiano della città” (Il bello di natura, GRN 28). “La natura è vissuta in tante lingue e sottolingue diverse, popolo per popolo, gruppo sociale per gruppo sociale. Paese che vai, natura vissuta che ci trovi” (L’esperanto dei gesti, SCR 166). “Dunque ancora, inventare una forma e una pratica, attraverso moduli pertinenti, legati a uno spazio dato, in un tempo dato, lì, oggi, dentro una realtà storico-sociale. Il territorio, sì. Ma il territorio come storia, come prassi umana (Elogio del laboratorio, SCR 200)”. Dove ai più frustri proverbi – «Paese che vai…» – basta la mera sostituzione di un sinonimo per riattivarsi. Le «usanze» sono «natura vissuta». Come ha infatti scritto Sabina Stroppa in un omaggio, per Sanguineti «cose e persone, viste e pensate, formano il vivere: non i paesaggi né quello interiore – che dall’esterno riceve forma – né quello della natura» <184. Lo può attestare in prima persona l’inviato speciale <185, e il viaggiatore in generale, il Sanguineti attento a tutti quei luoghi che in letteratura sono stati da lui chiamati, con splendida immagine, «il sogno che la città provoca» <186 (ma attenzione a farsi incantare dall’immagine, perché altra letteratura essa può egualmente risolversi, come tutto del resto, in parodia <187): “Quanto alla flora, essa ha quell’aria dottamente carceraria che è propria dei giardini botanici, anche se travestiti: ma nel paese delle dighe si comprende che il paesaggio e la vegetazione siano tranquillamente sentiti come il risultato di un’ingegneria e di un’ingegnosità evidenti” <188 (Tra Händel e Dracula, GRN 169). “Un paesaggio da paesi bassissimi davvero, un po’ di colori alla Ruysdael qua e là qua e là, nelle ore giuste, giusto per gli stranieri, con qualche vacca rubata a Potter” (Blu Olanda, GRN 179). “E con tutta la scenografia intermedia della piazza teatralizzata e “arredata” veramente, lì in mezzo, con la colonna, con l’obelisco, con il monumento, con la fontana, con il giardinetto, e con tanto di fondali e di quinte […]. I nostri centri, […], sono invece, per l’appunto, “storici”. Testimonianze di un passato perduto, musei pedonali en plein aìr” (Un museo per perdoni, SCR 241). Ma anche il Sanguineti che si occupa di affari interni. Caso molto interessante è quello del terremoto del 1980, su cui si avventano con titoli e titolacci giornalisti avversari che decidono di spostare l’emergenza civile proprio sul piano letterario; quando, come visto, non c’è soluzione di continuità tra due piani in Sanguineti, il quale combatterà la stessa battaglia per quanto riguarda l’emergenza terroristica <189. Lo faranno anche artisti criticati altrove per la loro irrazionalità in pagina come in scena (pervertendo pure quel sanguinetiano concetto del «noi tutti» che vedremo a breve). Se leggibile, il Libro del Mondo è insomma storicizzabile, ossia razionalizzabile, ossia dominabile: “ _Vergogna e colpa_ _un po’ per tutti_ <190, riassume già nel titolo, meglio di ogni lungo discorso, secondo quale linea […] la «questione morale», […] rivelata dal terremoto, può venire fumosamente ricoperta e deviata da coloro che sono infinitamente più responsabili. Scriveva, infatti, Giovanni Testori: «Vergogna per noi tutti. Nessuno, di nessuna categoria sociale, di nessun partito, di nessuna fede e di nessuna ideologia può illudersi d’esser salvo». […] Quel maestoso «noi», quel «noi tutti», ritorna, puntualmente, a risolvere in una insolubile colpa collettiva […] quelle responsabilità precise che attendono di essere giudicate e, proprio, accuratamente distribuite e calcolate. Per Testori, è ovvio, terremoto aiutando, «sinistra e destra» sono soltanto «parole» <191. […]. Si capisce che, due giorni dopo, sul medesimo «Corriere», al «cambio della guardia » reclamato dal Partito Comunista, Leo Valiani, invocando _Una unità nazionale senza spirito di parte_ <192 […]. Parlavo di De Amicis, la settimana scorsa <193. Questa volta è Giorgio Bocca che, a proposito del terremoto, lo riesuma positivamente […] <194. È orgoglioso, e posso capirlo, del fatto che un suo figlio sia partito per Avellino, con le squadre di soccorso. Ma gli è «passata per l’anima una reminiscenza da padre fiero di un figlio virtuoso incontrato, negli anni verdi, nel _Cuore_ ». Qui lo capisco meno” (Scribilli [2 dicembre 1980], GH 183-184) “Già il 1755 del terremoto di Lisbona aveva segnato una svolta, e non soltanto grazie a Voltaire, nel pensiero europeo. E un segno rilevante, allora, che il nostro terremoto, in questi giorni, sia vissuto come naturalmente «irresistibile», sì, ma come socialmente resistibile, resistibilissimo, se soltanto la classe dominante, da noi, fosse ancora capace di dominare razionalmente la natura e il caso, di prevenire organizzativamente le forze non dominabili” (Diabolus Vetus, GH 188). Per quanto anche l’eccesso di dominio possa portare, complice il tempo, a un’illusione di “naturalezza”: “Ma la democratica Industria Culturale deve e può risolversi in una cultura adeguata ai risultati industriali oggi conseguiti, scientificamente e tecnologicamente, scartando nettamente ogni pulsione nostalgica verso forme formative e informative che a molti appaiono più affabili e più umane, semplicemente perché meglio dominate, addomesticate da più lunga e sicura fruizione, ridotte dall’esperienza, per così dire, da Storia a Natura, ma proprio per questo, in ultima istanza, radicate in una visione conservatrice e subalterna del divenire sociale» ” (Cultura industriale e industria culturale, GZZ 61). Ne consegue che il critico letterario sa bene come ogni volume fornisca quella geografia preferenziale che corrisponde alla propria selezione del reale: con civetteria, lo stesso critico è capace di proporre una delle sue tante _storie da scrivere_ da riassumere, guarda caso, sotto il titolo «Ideologia e Geografia» (Flaiano al cinema, SCR 155). Tale ricerca potrebbe sviscerare quegli episodi di «turismo romanzesco» che colorano di esotismo il tempo come lo spazio: “Agisce, ed è primario impulso, una bovaristica spinta verso epoche esoticamente risentite come pittorescamente vitali […] in una qualche regione della storia. […] Il Portinari <195 dice di leggere _Zagranella_ nella «Biblioteca Universale Sonzogno», numero 110196 […]. Forse il Bazzoni ha sconvolto poche teste, e non ha grandi meriti di turismo romanzesco. Ma il numero 108 dell’«Universale Sonzogno» è la _Caccia alle bestie feroci_ <197 dell’Arago, con cui si compie il salto definitivo. […] L’India non è amabile per Calcutta e per l’Himalaja, le foreste aromatiche, le piantagioni gigantesche, i fiumi pieni di maestà, e nemmeno per le bajadere compiacenti […]. L’India è amabile per le tigri, i leoni, l’uragano, il tetano, il colera, che decimano le popolazioni, spopolano le città” (Le parabole del Bazzoni, GRS 54-55). “La geografia è tutta datata, e fa tenerezza: Cascate del Niagara, Polo Nord, Gulf Stream, Mare dei Sargassi […]. Il tempo è il 2003 […] fabbricato a mano con elementare e ingenua proiezione, in gigantografia, sopra il 1907 di partenza” (Raffreddare gli anarchici, GRS 99). Al «Mondo come Cliché» <198 – di cui abbiamo appena avuto un esempio nel 2003-1907 appena visto: dove il mondo _sarà_ sempre il mondo, senza alcuna oggettività nella previsione: insomma, sempre _il potere all’immaginazione_ – va dunque ad affiancarsi un’altra degenerazione del Mondo come Libro, se «il Mondo è una Guida Turistica» (Blu Olanda, GRN 177) e «un Bignami» e se la «Guida Blu e la Michelin» (Ivi, 178) agiscono «trasformando il mondo». E se l’Italia è quella non solo letterariamente bassaniana di Italia Nostra <199 (ancora da parodizzare in un titolo di poesia futuro <200): “La tutela del paesaggio è […] alla sola contemplazione di lusso, arcaicamente preindustriale […] Dove si vede che non tutta la guerra contro la speculazione edilizia e profitti similarmente inquietanti ha basi correttamente progressive. […] Con tutta la bontà accertata delle argomentazioni ecologiche d’oggi, esiste certamente una forte dose di razionalizzazione parascientifica, intesa a coprire gli impulsi non sempre confessabili di base: il sogno di un mondo organizzato come parco nazionale o museo naturale, magari all’insegna di «Italia Nostra» […]. Le bellezze del buon tempo antico possono salvarsi, ove si desideri, a condizione di opportuno recintamento sotto vetro […] al modo di reliquie memoriali, e insomma, per dire tutto, come illustri e venerabili rovine” (Il bello di natura, GRN 27). [NOTE] 180 «Esiste la possibilità, nell’ambito delle scienze naturali, di conservarne un insegnamento che non possegga una dimensione storica come dimensione dominante?» chiede infatti al suo anonimo intervistatore Sanguineti in Nella mischia, GRS 91. Ma più avanti si arriverà anche a chiedere: «È possibile, oggi, una filosofia della storia? È possibile, dirò meglio, oggi, una filosofia, che non sia una filosofia della storia?» (Diabolus Vetus, GH 187). Cfr. anche Scienza e realismo, SCR 18-19: «Non so, infatti, se la “storia della natura” si presenti, al ricercatore scientifico, come mero modello utopico, […]: ma so per certo che, al ricercatore storico, nelle “scienze umane”, come modello utopico dominante, ossia proprio delle classi dominanti, viene suggerito, e in qualche modo imposto, quello […] della “natura della storia” […]. La scelta ideologica di base, in fondo, è tutta qui: naturalità della storia o storicità della natura». 181 Cfr. supra, p. 22. 182 Per cui rimandiamo al VIII dell’Indice dei dibattiti. 183 Cfr. OSCAR WILDE, The Decay of Lying – An Observation, in IDEM, Intentions, Osgood McIlvaine & Co, London 1891; Sanguineti ritorna tre volte su esso nel Giornalino: per cui cfr. Ercole simbionte, GRN 17; Il bello di natura, GRN 26; Nudità punitiva, GRN 153. Cfr. anche, senza citazione diretta della fonte, L’ebbrezza e la cuccagna, GRS 257, I modelli eterodiretti, SCR 66; Flaiano al cinema, SCR 156 e Eroi dell’intelletto, SCR 170. 184 SABINA STROPPA, Sanguineti, o del ritmo, in Album Sanguineti, cit., pp. 185-191, in particolare p. 190. 185 Cfr. in particolare le corrispondenze dall’Olanda (paese, tra l’altro, che prima dell’Italia ha voluto mettere in scena le Storie naturali) in Tra Händel e Dracula; 700, 400, 125; Adam in A’dam e Blu Olanda uscite su «Paese Sera» e il «Giorno» dal 22 maggio al 14 giugno 1975. 186 Cfr. EDOARDO SANGUINETI, Andare al passo nel parco, in IDEM, Ideologia e linguaggio, cit., pp. 157-161, in particolare p. 157, dove il parco è anche «museo» (Ivi, p. 159) «biblioteca» e «possibile […] genere letterario» (Ivi, p.158). 187 Cfr. almeno «quella parodia di natura che è il Jardin du Luxembourg, presso Nerval» (Il bello di natura, GRN 28). 188 Non solo nella cartina fisica, ma anche in quella politica, per cui il paesaggio urbano olandese è davvero retto alla radice dalla storia: «Una città, in questa nazione […] è un ente giuridico, storicamente garantito, e si definisce, con databili certezze, a partire dal giorno in cui si diploma come urbs. A metropoli può toccare di sopravvivere oggi ancora, per inavvertenza storica, come un modesto pagus» (700, 400, 125, GRN 172). 189 Cfr. La vita buona, in cui si risponde a CLAUDIO MAGRIS, Con i versi di Dante non si vince il terrorismo, in «Corriere della Sera», 7 agosto 1981, p. 1. 190 Cfr. GIOVANNI TESTORI, Vergogna e colpa un po’ per tutti, in «Corriere della Sera», 26 novembre 1980, p. 2. 191 Davvero niente di più antisanguinetiano. Si veda almeno la risposta di Sanguineti all’inchiesta Qua la Destra!, dice Stalin a Nietzsche, a cura di RITA TRIPODI, in «l’Espresso», XXV, 25, 24 giugno 1979, pp. 66-76 (per la lista degli intervenuti rimandiamo alla catalogazione Articoli di Sinistra e destra non sono «aggettivi» [353]), il successivo Trasformazione e trasformismo che riflette sulle altre risposte, e Una citazione,, GZZ 232-233: «Sono uno di quei tipi […] che quando usa il termine «borghese» non lo mette tra virgolette, a meno che il senso non lo esiga. Sono di quelli, insomma, ostinati, che credono che «borghesia» e «proletariato», con alquanti altri importanti vocaboli, che adesso esigono le virgolette soltanto perché vogliono essere rilevati come concetti (dico «capitalismo», poniamo, «imperialismo», «forza-lavoro», ecc. ecc.), non siano affatto poveri flatus vocis e nomi vani, ma enti piuttosto consistenti, e categorie storiche alquanto determinate e concrete». 192 Cfr. LEO VALIANI, Una unità nazionale senza spirito di parte, in «Corriere della Sera», 28 novembre 1980, p. 1. 193 Cfr. Scribilli [26 novembre 1980]. 194 Cfr. GIORGIO BOCCA, Il terremoto, in «la Repubblica», 26 novembre 1980, p. 6. 195 Cfr. FOLCO PORTINARI, Le parabole del reale. Romanzi italiani dell’Ottocento, Einaudi, Torino 1976. 196 GIAMBATTISTA BAZZONI, Zagranella, o una pitocca del 1500, Sonzogno, Milano 1884. 197 GIACOMO ARAGO, Caccia alle bestie feroci, Sonzogno, Milano 1884. Si noti nuovamente, in questi due ultimi esempi, l’importanza del «discorso di collana» (su cui cfr. la nota precedente). 198 Cfr. supra, p. 35. Si veda sempre la «retrofantascienza» di Salgari per cui si appongono naturalistiche «glosse opportune, inevitabilmente condite dai «come si sa» e dai «come ognuno sa». così, il giovinetto, ad un tempo, apprendesi le utili nozioni essenziali, e apprende ancora che già avrebbe dovuto apprenderle da sempre» (Raffreddare gli anarchici, GRS 99). 199 Per altre frecciate sanguinetiane (di nuovo a breve distanza) all’organizzazione fondata e in quegli anni diretta dallo storico avversario cfr. Il super-kitsch costante, GRN 132; Usate sistema Baudelaire, GRN 161. Cfr. anche Il «vaudeville» tragico, GRS 312. A lato: una sanguinetiana storia da scrivere di quelle che analizzeremo nel terzo capitolo potrebbe ben concentrarsi sul dato necrofilo della natura bassaniana, dal Lazio-necropoli dei Finzi-Contini all’epifania negativa in vetrina de L’airone. 200 Cfr. EDOARDO SANGUINETI, Italia nostra, in IDEM, Il gatto lupesco, cit., pp. 225-226. **Dario Gattiglia** , «In compendiosa forma di contratto mugugno». Giornalini, scribilli, ghirigori, gazzettini e altre piccole tattiche quotidiane, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Genova, Anno Accademico 2023-2024 Share:
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December 14, 2025 at 10:53 AM
Partigiane in Carnia
Come già detto in precedenza, la Liberazione della Carnia e dell’alto Friuli non fu un evento istantaneo ma un processo lungo e travagliato e dal momento in cui i partigiani controllavano tutto il territorio della zona libera ci volle almeno un mese per concretizzare i primi significativi risultati della nuova riorganizzazione amministrativa e politica. Le donne si trovavano divise tra il carico lavorativo di mantenere efficiente l’economia di sussistenza familiare, gli incarichi e il supporto alla resistenza e l’assunzione dei ruoli negli organismi associativi che i mariti occupavano in un continuo e repentino aumento di carico di lavoro e responsabilità. Il responsabile della Federazione comunista di Udine in una corrispondenza a Gino Beltrame, rappresentante del partito in Carnia, si dice felice del voto consentito anche alle donne: “Avete fatto molto bene a rompere il sistema di far votare soltanto i capifamiglia. Tutta la popolazione bisogna far intervenire e soprattutto tutta la gioventù, tutte le donne. Quello è un sistema antidemocratico, un sistema patriarcale in decadenza, un sistema che chiude le porte alla gioventù e alle donne. Un sistema che può andar bene al massimo per certi strati conservatori dei partiti nostri amici”. (Fragiacomo, 2013) Una delle grandi novità politiche della Repubblica partigiana della Carnia rispetto la tradizionale organizzazione dell’amministrazione locale fu la legittimazione e l’introduzione sempre più capillare degli organismi di massa, che portavano giovani, donne, operai e contadini a interfacciarsi ufficialmente sul piano politico. L’immaturità dei tempi e l’urgenza di altri problemi per qualcuno giustificherà la decisione per cui questi rappresentanti poterono votare solamente le questioni che li riguardavano strettamente. (Fragiacomo, 2013) Personalmente sottolineerei il fatto che non ci furono grandi o forti opposizioni alla decisione di far votare le donne in qualità di capofamiglia; la popolazione, anzi, fu la prima ad essere unitamente favorevole, forse in quanto le donne in Carnia hanno sempre ricoperto, di fatto, dei ruoli fondamentali nella società e nella vita pubblica, in quella di chiesa e via dicendo. **Fine dell’esperienza democratica** L’ amministrazione della Zona libera della Carnia fu pienamente operativa solo dal 26 settembre al 10 ottobre ma rappresentò una straordinaria esperienza di cittadinanza attiva, espressione, senso di comunità e del dovere animata da entusiasmo per la libertà e orientata al progresso e al miglioramento. (Fabbroni, 2007). Bisogna ricordare che all’epoca era impossibile per i friulani, carnici e italiani in generale conoscere perfettamente le dinamiche di quello che succedeva sul piano internazionale. In seguito allo sbarco in Normandia, il fronte italiano divenne secondario e diverse truppe vennero mandate in Francia. Il sogno dell’imminente liberazione dell’Italia svanì. In più, per la notevole presenza dei socialisti e dei comunisti il supporto alla resistenza italiana iniziò a vacillare. Il 13 novembre del 1944 fu diffuso un comunicato che invitava i partigiani a tornare a casa con l’arrivo della primavera, facendo crollare le speranze di evitare l’ennesimo inverno di guerra. Questo scatenò chiaramente rabbia, frustrazione e risentimento dei partigiani. Nella memoria di Cecilia Deganutti “Rita”, partigiana osovana: “È stato quello che ha creato il panico intorno a noi. Tornate a casa, aspettate la primavera. Avevamo con noi russi, indiani, meridionali. Come facevamo a tornare a casa? E anche la gente (i fascisti avevano appeso il proclama nelle chiese): perché state qua? Andate a casa! Io, tra l’altro, non ce l’avevo più una casa.” (Fabbroni, 2007)” Anche i rapporti con le famiglie locali non sono mai stati semplici o scontati, alcune erano più propense e disponibili ad accogliere i partigiani, altri temendo per la propria sicurezza opponevano resistenza ma spesso poi, cedevano, lasciando uno spazio di fortuna ai partigiani, almeno per un breve tempo. L’arrivo in Friuli di 17000 cosacchi costituì un ulteriore minaccia in particolare per donne e ragazze. Erano collaborazionisti russi dalle terre del Don, che a carovane con donne, vecchi e bambini venivano a stabilirsi nella loro terra promessa: la Carnia doveva diventare “Kosakenland in nord Italien”. Seguì un aggravarsi di violenze e soprusi, sia dai cosacchi verso la popolazione, sia da parte dei tedeschi che con feroci rastrellamenti rioccupavano e riprendevano il controllo delle zone libere. L’arrivo dei cosacchi coincise con un ulteriore escalation delle violenze di genere: si registrarono innumerevoli casi di stupri nei confronti della popolazione carnica femminile. (Fragiacomo, 2007). I tedeschi si aspettavano di venire subito affiancati da truppe cosacche pronte al combattimento, quando in realtà la poca organizzazione del trasporto, l’equipaggiamento scarso e la grande presenza di civili posticiparono la partecipazione all’offensiva tedesca dei cosacchi. Ci vollero settimane prima che questi ultimi prendessero parte ai rastrellamenti, a cui seguì l’occupazione del territorio. Dall’autunno, tedeschi e cosacchi seminarono un clima di terrore provocando vittime, feriti, arresti. Molteplici furono stupri, violenze e furti, incendi e saccheggi con ingenti danni a riserve alimentari e di sostentamento. (Verardo, 2024). I rastrellamenti tedeschi partirono dalla zona libera orientale. I treni per le deportazioni in Germania erano pronti a partire carichi di prigionieri. Ai primi di ottobre toccò alla zona libera della Carnia e dell’alto Friuli: l’8 dicembre, i tedeschi avevano rioccupato tutti i territori. Non bastò la “settimana di lotta”, ci impiegarono due mesi. I pochi partigiani rimasti sulle montagne friulane trovarono ancora una volta il supporto di ragazze e donne nei paesi, grazie a loro molti sfuggirono ai rastrellamenti e ai cosacchi che sicuramente erano i predatori più agguerriti in sella ai loro cavalli nel freddo inverno. L’ennesimo inverno di guerra fu tragico. Nell’attuale comune di Forni Avoltri, “Gianna” si occupava dei feriti e tentava di curarli come poteva al freddo e mai all’asciutto. Le ferite si riaprivano continuamente e se arrivava qualche medicinale dall’ospedale di Gemona o Spilimbergo era merito delle staffette. Con la neve e senza la protezione delle chiome degli alberi, muoversi diventava ancora più pericoloso oltre che difficile per chiunque. Per quanto si poteva, si affidavano i feriti meno gravi alla cura delle donne del posto. (Fabbroni, 2007) Elsa Fanzutti, “Vera”, era infermiera all’ospedale partigiano di Ampezzo, quando venne spostato in una piccola frazione in vista dell’attacco di ottobre e poi chiuso. I feriti meno gravi furono smistati nelle case della zona, di quelli più gravi se ne occupò direttamente “Vera” a Casera Vancjarèt a 1392m. Ogni due o tre giorni scendeva a valle fino in paese per recuperare i beni di prima necessità che la madre le faceva arrivare dalla pianura. In 20 giorni le condizioni dei partigiani migliorarono e li accompagnò in un lungo e impervio viaggio invernale fino alla pianura, dove ognuno poi riuscì a tornare alla propria casa. (Fabbroni, 2007) Si aspettava la primavera, per la lotta finale. Intanto, per tutto l’inverno si preservarono le connessioni e i contatti con la pianura, mantenendo in circolo viveri, medicinali, indumenti e notizie. Da Udine, in quel periodo, partirono più della metà dei deportati complessivi. Anche la questione delle deportazioni rimane peculiare e specifica per quando riguarda il genere femminile. Le deportazioni femminili in Germania potevano caratterizzarsi da due motivazioni principali: molte, attiviste e partigiane, sostenitrici della resistenza o arbitrariamente ritenute tali, vennero catturate e deportate in Germania nei campi di concentramento per punizione e per essere sovversive e aver agito contro il regime; per molte altre invece, la cattura e la deportazione in una Germania straziata dalla lunga guerra, fu principalmente indotta dalle caratteristiche di essere giovani, forti e resistenti in grado di dare grande resa lavorativa: molte giovani carniche vennero portate in Germania nei campi di lavoro, poiché ai tedeschi mancava la manodopera in quanto tutti gli uomini erano in guerra. Come per chiunque, quell’inverno fu critico anche per le partigiane. Perse la vita “Paola”, nella zona di Tramonti di Sotto, che scelse fino all’ultimo di non abbandonare i partigiani; alla sua memoria fu conferita la medaglia d’argento. Virginia Tonelli, fondatrice dei gruppi di difesa, venne catturata e portata nella risiera di San Sabba. Non ci fu nessuna ritorsione per i partigiani, prova che “Luisa” rimase leale fino alla sua morte. Una lapide in suo ricordo recita così: “in memoria di coloro che non si piegarono/ e di Virginia Tonelli “Luisa” / che quando la terra era sotto i piedi nazista e fascista/ oscura parlò, convinse, lottò/. Catturata trasformò in silenzio l’odio del popolo/ e in silenzio morì alla Risiera di San Sabba/ O tu che passi per il tuo pacifico lavoro / ricordati di ricordare.” (Fabbroni, 2007) A dicembre fu arrestata “Giulia”, su probabili informazioni ottenute da un prigioniero portato a Dachau. Ammise orgogliosa la sua appartenenza alla resistenza ma non svelò mai alcuna informazione sull’organizzazione. Fu deportata al lager di Rawensbruck, il lager delle donne, da cui riuscì a fare ritorno nell’autunno del 1945. (Fabbroni, 2007) Infine, si unirono le crudeltà indegne delle torture dal plotone del centro di repressione della Caserma “Piave” di Palmanova. Oltre 500 partigiani furono vittime delle loro esecuzioni e terribili soprusi. Tra i torturatori di questa temibile compagine, c’erano anche delle donne che si prestavano senza indugio a picchiare le partigiane e i partigiani. (Fabbroni, 2007) Nel frattempo, i carnici avevano imparato a vivere coi cosacchi, una convivenza che trovò una sorta di equilibrio, forse perché in fondo questi due popoli di emigranti e contadini avevano qualcosa da condividere. A fine gennaio, riprese la riorganizzazione dei reparti. A marzo due importanti vertici della formazione Osoppo vennero catturati e arrestati in seguito a un blitz tedesco; ottenuti dei moduli di scarcerazione, questa volta toccò a una studentessa delle Magistrali di Udine farsi passare da segretaria della SD e recapitare i moduli ai diretti interessati in carcere. Non era in realtà nemmeno partigiana, accettò l’incarico di Don Emilio Roja solo per la sua caratteristica “incoscienza e l’indole avventurosa” di ragazza. (Fabbroni, 2007) **Cecilia Casanova** , _TESTIMONIANZE DELL’ATTIVITA’ POLITICA E DELL’ESPERIENZA FEMMINILE NELLA RESISTENZA FRIULANA. Dalle origini alla Repubblica partigiana della Carnia_ , Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2024-2025 Facebook Twitter Pinterest LinkedIn
collasgarba2.altervista.org
December 12, 2025 at 2:42 PM
L’esercito volontario della Resistenza che si forma e si aggrega in montagna non è scisso dai gruppi clandestini che si organizzano in città adrianomaini.altervista.org/le…
L’esercito volontario della Resistenza che si forma e si aggrega in montagna non è scisso dai gruppi clandestini che si organizzano in città
I romanzi e i racconti della Resistenza sono tutti ambientati nel paesaggio storico in cui si la Resistenza si è effettivamente svolta: le Alpi e L’Appennino, le case dei contadini e gli accampamenti militari, gli spazi in cui si spostano e combattono i partigiani, le città occupate. Il primo dato che emerge da questa sorta di inventario topografico è che i teatri della guerriglia sono tanti e diversi. Santo Peli, nel suo saggio sulla Resistenza in Italia, ammette che per avere una visione completa di questo periodo si “dovrebbe dare conto delle differenze tra la resistenza piemontese e quella lombarda, ma anche delle diversità del movimento partigiano nelle vallate del Cuneese e nella metropoli operaia di Torino” <14. Questo indica che il legame con il territorio è fondamentale per la lotta stessa e i diversi spazi che costituiscono la geografia resistenziale tante volte determinano le differenze tra i partigiani. L’estrema varietà di questi luoghi ha delle caratteristiche che diventano simbolo di una guerra e della condizione di un popolo. Ognuno, nel suo aspetto particolare, assume un valore aggiunto alla semplice presenza sensibile, perché nella letteratura della Resistenza personaggi e territori sono inscindibili, e assumono un significato specifico soltanto de messi in relazione. Emerge nei testi il doppio livello – storico e letterario – del paesaggio, e lo studio tipologico dei suoi elementi indica la natura peculiare di una narrativa in cui la componente autobiografica è estremamente presente. Nella narrativa resistenziale il paesaggio assume significati di metafora, di immagine simbolica che scavalca l’idealizzata didascalia, si compone in un unico insieme espressivo, sintesi della qualità emotiva del soggetto e dati esterni. L’esperienza diretta, infatti, attribuisce ai luoghi una significazione supplementare rispetto alla semplice descrizione. Uno degli aspetti dell’analisi di Lotman e Uspenskij sulla tipologia della cultura evidenzia come nel sistema di trasmissione del messaggio ci siano due possibili direzioni: quella IO-EGLI, cioè quando il destinatario dell’informazione è una terza persona che non conosce il messaggio, e in questo caso avviene semplicemente un passaggio di informazioni; e quella IO-IO, cioè quando il depositario dell’informazione rimane lo stesso mentre il messaggio, nel processo comunicativo, viene riformulato e acquista un nuovo significato: “Ciò è la conseguenza del fatto che viene introdotto un secondo codice supplementare, e il messaggio di partenza è ricodificato nelle unità della sua struttura, ricevendo così i connotati di un messaggio nuovo” <15. Quando il mittente trasmette un messaggio a se stesso (canale IO-IO) si verifica, infatti, una trasformazione qualitativa dell’informazione. Poiché alla base dei romanzi presi in esame c’è un’esperienza reale vissuta nei luoghi in cui si svolge la guerra civile, il racconto di questa esperienza testimonia, tra le altre cose, un’introspezione psicologica degli scrittori che altera la realtà dei luoghi geografici, che vengono restituiti con immagini nuove, vincolate al modo di avere vissuto intimamente quel paesaggio. Gli spazi descritti assumono pertanto significati peculiari perché, infine, restituiscono al lettore un processo di elaborazione che, nella pagina scritta, crea nuovi paesaggi poetici. **La città** Una caratteristica importante della lotta partigiana è che fu “pro aris et focis”, vale a dire una guerra combattuta per la propria terra, la propria casa, a difesa della famiglia e delle proprie risorse. L’esercito volontario della Resistenza che si forma e si aggrega in montagna non è scisso dai gruppi clandestini che si organizzano in città, anche se le modalità della lotta e la natura dei combattenti sono profondamente diverse: infatti, una prima grande differenza all’interno della narrativa resistenziale è quella tra partigiani di montagna e partigiani di città. La città, luogo primo di appartenenza, improvvisamente si trasforma in uno spazio dai significati capovolti, cessa di essere dimora di affetto e protezione e diventa un luogo di diffidenza e di pericolo. Le città sottomesse alla presenza dei nazi-fascisti cambiano il loro volto, alterano la loro stessa identità, avvolte in un’atmosfera di paura, con un tempo nuovo, scandito dal coprifuoco e con uno spazio prigioniero della presenza dei militari armati che controllano il territorio. “La sera Roma precipitava nel buio più assoluto. Coprifuoco dalle otto di sera alle sei di mattina. Verso le sette pomeridiane la città era percorsa da torme di persone che cercavano di raggiungere in fretta la lontana tana famigliare: l’unico rifugio sicuro in quella giungla piena d’insidie, in cui rinchiudersi, tirando un sospiro di sollievo e sbattendo velocemente il paletto della porta dietro le proprie spalle. […] Verso le ventidue si cominciava a sentire il passo delle pattuglie tedesche e fasciste: qualche grido d’allarme, una fucilata, talvolta una raffica di mitra. Cominciava l’interminabile notte romana. La città intorno non c’era più, sparita nel buio […] Il passo cadenzato e pesante delle truppe tedesche si udiva a un chilometro di distanza. Una certa cadenzata pesantezza era la caratteristica inconfondibile del soldato tedesco” <16. Nei testi resistenziali emerge una sorta di distanza che s’instaura tra il partigiano e la città, una percezione nuova e aberrante di uno spazio un tempo familiare e sicuro. Le città occupate sembrano non essere quelle di prima, producono un effetto di straniamento e stupiscono nei loro aspetti più naturali. Pietro Chiodi descrive questo cambio di prospettiva più volte nel suo diario. Il 21 settembre annota: “Mi sono fermato a lungo davanti ad un locale di lusso ad osservare il via vai. Mi dava un senso di stordimento vedere uomini che non fossero internati o SS. Ero nell’ombra e rimasi a lungo ad osservare come gli uomini accompagnassero a casa una donna o le accendessero una sigaretta” <17. Il 3 ottobre scrive: “verso le due siamo a Torino. Torino non è la città dove ho fatto gli studi universitari ma la città dove ci sono le ‘Nuove’” <18. La dimensione sospesa e la trasformazione quasi fisica delle città si riproduce in molti testi con descrizioni fortemente evocative ad indicare immagini nuove di qualcosa che non si riconosce più. Gli scrittori-partigiani si ritrovano a vivere in luoghi diversi da quelli di prima, quasi surreali e spaventosi. Uno degli articoli che Carlo Levi scrive per la Nazione del popolo, il quotidiano edito a Firenze dal CTLN, immediatamente dopo la Liberazione, racconta bene la sensazione di stupore nel riflettere sulla distanza che i partigiani sentivano rispetto alle proprie città. “Un’aria funesta ed eroica pareva coprire la città, sotto il cielo azzurro percorso da nuvole bianche, tra il ronzio estivo delle mosche e di un invisibile aeroplano. La guerra civile era qui, tra queste pietre familiari, tra queste case di pace quotidiana, sotto gli occhi bestiali dei verdi tedeschi che preparavano le rovine. Una città si difendeva, tutta la vita era mutata” <19. Il pathos della descrizione è forte, e Firenze prende le sembianze di un’antica Troia invasa e violentata. La stessa sensazione emerge dal testo di Asor Rosa che ricorda e riosserva Roma durante il periodo dell’occupazione. “A un certo punto le divise fasciste metamorfosarono e, da grigio-verdi quali erano state fino a quel momento sul modello della Milizia prima dell’8 settembre, diventarono rigorosamente e completamente nere, anzi, color della tenebra”. <20 Anche il primo libro sulla Resistenza, scritto da Elio Vittorini nel 1945, descrive la città in toni lirici e solenni. Il romanzo è ambientato nella Milano occupata dai tedeschi, e segue le vicende di Enne 2, intellettuale partigiano impegnato nella lotta dei GAP (Gruppi d’Azione Patriottica). In un brano del testo Enne 2 accompagna a casa l’amata Berta, e attraversa in bicicletta una città devastata dall’occupazione: “Andarono un pezzo per morte strade; di dentro Porta Romana verso la cerchia dei Navigli, e poi sulla cerchia dei Navigli, verso San Lorenzo, verso Sant’Ambrogio, verso le Grazie, sempre per morte strade, tra case distrutte, nel sole di foglie morte dell’inverno” <21. È l’immagine di una Milano distrutta, uccisa da una guerra civile assurda e necessaria. E’ questo carattere di necessità che si afferma in Italia in questo momento storico, ed è sottolineato nell’articolo di Carlo Levi che riflette sulla guerriglia di città, quella organizzata nei GAP, che attraverso azioni di sabotaggio e attentati a strade, ferrovie, arsenali, aeroporti, cerca di minare la stabilità militare e politica dei fascisti. Scrive Levi: “Firenze aveva dovuto inventare la guerra partigiana, la guerra di città, i Comitati di Liberazione come organi di governo. Erano scoperte nate con il carattere delle cose necessarie” <22. I Partigiani di città cercano quindi di sopportare quei mesi d’occupazione nascosti e attenti, consapevoli di dover gestire una guerra sotterranea che non sarebbe mai potuta diventare frontale. Un esempio dell’organizzazione antifascista cittadina si trova nei racconti di Romano Bilenchi. L’autore descrive la presenza rapace dell’esercito occupante in città: “I fascisti e i nazisti saccheggiavano i bar e i caffè”, oppure “entravano nelle ville lungo il Mugnone, sparavano dalle finestre oltre il fiume, gettavano fuori quello che trovavano, soprattutto stoviglie […] Quando si erano sfogati se ne stavano calmi per qualche giorno” <23. In generale, Firenze viene descritta come invasa da una presenza prepotente e indifferente, che s’incontra ad ogni angolo di strada. Nell’”Attentato”, ambientato in una città che pullula di militari tedeschi e fascisti, si legge: “Nel pomeriggio il caffè Paszkowski si riempiva di ufficiali tedeschi di ogni arma e di ogni grado” <24. Il protagonista descrive le operazioni quotidiane dell’organizzazione clandestina del PCI, l’utilizzo di tutti i mezzi possibili per osteggiare l’esercito occupante: “Tenevamo molto aggiornato, per mezzo dei cronisti che visitavano la questura, la prefettura, i commissariati, le caserme dei carabinieri, i pompieri e gli ospedali, un quadro completo di ciò che accadeva in città, dai delitti compiuti dai nazisti e dai fascisti fino ai loro più piccoli furti nelle case, nei bar, nei negozi. Se in una strada la popolazione s’era opposta ai fascisti lo sapevamo dopo poco tempo, e avvisati da una nostra staffetta […] uno o due compagni giungevano sul posto con un pacco di manifestini che incitavano alla lotta” <25. Le modalità di questa lotta sono queste: attesa e ombra, una guerra basata su depistaggi, sul controllo degli spostamenti nemici e sulle informazioni rubate. Pratolini concentra in un breve racconto il carattere silenzioso di questa guerra combattuta senza armi quando descrive “gli assurdi guerrieri, il cui successo, entro il cerchio di una leggenda paesana, consistè tutto nel riuscire a mantenere il mistero, l’incubo della loro sterminata, silenziosa presenza. Finchè era maggio, venne sempre meno di lontano, come portato dalla brezza del Tevere, dalle colline, il rombo del cannone, lontanissimo ancora tuttavia, che invece di incoraggiarli, giorno dopo giorno, li irritava” <26. [NOTE] 14 S. Peli, La Resistenza in Italia, Einaudi, Torino 2004, p. 11 15 J. M. Lotman e B. A. Uspenskij, Tipologia della cultura, Bompiani, Milano 2001, p. 113 16 A. A. Rosa, L’alba di un mondo nuovo, Einaudi, Torino 2002, p. 228-229 17 P. Chiodi, Banditi, Einaudi, Torino 2002, p. 81 18 Ivi, p. 95. “Le Nuove” sono il carcere giudiziario di Torino, costruito sotto il regno di Vittorio Emanuele II°, tra il 1857 e il 1869. Durante il ventennio fascista e successivamente durante l’occupazione sono stati prigionieri delle “Nuove”: oppositori al regime, partigiani, ebrei, deportati. Negli anni ’80 “Le Nuove” vengono sostituite dal “carcere delle Vallette”. 19 C. Levi, La strana idea di battersi per la libertà, Spartaco, Caserta 2005, p. 151 20 A. Asor Rosa, L’alba di un mondo nuovo, cit. p. 227 21 E. Vittorini, Uomini e no, Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma 2003, p. 133 22 C. Levi, La strana idea di battersi per la libertà, cit., p. 153 23 R. Bilenchi, I tedeschi, in Racconti della Resistenza, cit., note pp. 290-293 24 R. Bilenchi, L’attentato, in Racconti della Resistenza, cit., p. 277 25 Ivi, pp. 278-279 26 V. Pratolini, La primula rossa alla tomba di Nerone, in Racconti della Resistenza, cit. p. 331 **Anna Voltaggio** , _Spazi partigiani: il paesaggio letterario nella narrativa della Resistenza italiana_ , Tesi di laurea, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Anno accademico 2006-2007 Share:
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scordare il buio freddo / del bosco che assedia la casa
_Neologismi._ Il numero di neologismi [nella poesia di Jolanda Insana] realizzati tramite processi di suffissazione è ridotto. I due più interessanti sostantivi «astratti per grammatica, ma concretissimi nella sostanza» (Turchetta 2003 in Insana 2007, 603) sono scribacchieria (p. 423) e dentisterìa (p. 427). Il primo caso rientra nel processo di trasformazione di un verbo, in questo caso scribacchiare, in sostantivo. I sostantivi con suffisso -erìa rientrano nella categoria nomen agentis con valore locativo (Dardano 1978, 55); tuttavia qui sembrerebbe rientrare nella categoria nomen actionis (ivi, 43): “non possa mai né bere né mangiare / né tua scribacchieria fare / né i monconi salvare e la bocca sbilenca rabberciare (p. 423)”. Il secondo caso appartiene al processo di trasformazione all’interno della stessa categoria, ovvero il sostantivo: da dente deriva dentisterìa: “domandò ai nemici di restituire il tolto / di salute e soldi / o di lasciare la dentisterìa / e poi che si rifiutarono bandì guerra / invocando a testimonio il dio delle vendette / contro chi ha il torto (p. 427)”. Questa trasformazione ha «come risultato un nome che esprime quantità o valore collettivo» <82. Un caso interessante è l’aggettivo verdente (p. 381), che rientrerebbe nel processo di trasformazione di un verbo in un nome o aggettivo nominalizzato (cfr. Dardano 1978, 52-53). Potrebbe anche essere considerato un caso di conversione di verbi «che assumono spesso anche valore aggettivale» (D’Achille 2003, 128). Tuttavia qui l’aggettivo non deriverebbe dal verbo verdeggiare, ma da verde. Il contesto in cui è utilizzato potrebbe giustificare la scelta del suffisso -ente per ragioni rimiche e foniche: “foglia verdente / acqua corrente / porta via questo male ardente (p. 381)”. L’ultimo caso appartiene ad una categoria di neologismi molto produttiva, ovvero le trasformazioni da nome a verbo con i suffissi -are ed -ire <83. Qui il verbo intransitivo fannullare deriva dal sostantivo fannullone: “che fatica fannullare ruffolando parole (p. 400)”. Altri neologismi si riscontrano nei composti, ma in maggior numero nell’uso di prefissi separativi ed intensivi, fenomeno cospicuo in questa raccolta. _Fenomeni di composizione._ Il numero di composti è esiguo e la maggioranza è costituita da due sostantivi. In questi versi si riscontrano quattro casi in cui il determinato precede il determinante, ovvero «il secondo elemento determina cioè il significato del primo» <84: “il pescecane morto / continua a inghiottire / pesci vivi (p. 343) per troppa scarsità d’orecchio non dà risposte / e quando s’infila la calzamaglia di penitente / è uno sdiluvio di parola incrociate / di ricchezze malriposte e bruciate (p. 393) che fatica annullare ruffolando parole / e tenendo la viltà a capotavola / sicché nessuno intraprende la più piccola impresa (p. 400) brancapelo non finì di argomentare e sgomentare / che si lanciò nell’arena e corse / per allontanarsi dal rottamaio / nell’ora della pennichella (p. 410)”. Nei composti pescecane e calzamaglia, «nella frase di base non c’è la preposizione davanti al determinante» (Dardano 1978, 183) e la testa è a sinistra. Invece, nei composti capotavola e brancapelo, «nella frase di base c’è la preposizione davanti al determinante» (ibidem); anche qui la testa è a sinistra. I primi tre composti sono di uso comune; brancapelo, invece, è un neologismo. Il composto giocoforza (p. 371), invece, presenta una coordinazione dei due elementi nominali <85: “appuntamento al prossimo lunedì / e però per rifare il quadro e la cornice / è giocoforza sacrificare / fronzoli pellecchie e pellacchie / senza impanare le parole / poi che di spine e spasimi si riempì la casa grande (p. 371)”. In questo verso, si riscontra un composto costituito da aggettivo e nome, tipo poco produttivo in italiano, in cui il «nome ha la caratteristica espressa dall’aggettivo» (D’achille 2003, 135): “scordare il buio freddo / del bosco che assedia la casa / e ricordare i lampi di sole ai vetri sgorati / scordare il cipciap di commensali fintoanoressici / per ricordare la pentola della polenta (p. 351)”. Il composto fintoanoressici è il secondo caso di neologismo, in questa categoria. Un composto, invece, di uso comune ed appartenente alla categoria di composti formati dal prefisso auto- con valore avverbiale (cfr. Dardano 1978, 166), è autoflagellazione (p. 377). In questo caso il determinante precede il determinato. _L’uso dei prefissi._ Il fenomeno che presenta un lessico molto corposo all’intero della raccolta poetica è l’uso dei prefissi, principalmente di carattere privativo ed intensivo. Il prefisso s- con funzione privativa ed intensiva è produttivo di alcuni neologismi. Nel primo caso delle forme verbali parasintetiche smummiata (p. 351), scompagnata (p. 355), strippo (p. 395), smuscola (p. 431). Si riscontra anche l’infinito spavimentare (p. 377). L’espressività di questi verbi è utilizzata per indicare il dolore dell’autrice, causato dall’impossibilità di scrittura: “il dolore mi tolse i libri e fui smummiata (p. 351)”, e dalla difficoltà di comunicazione, interrotta dalle storture della lingua: “ricacciata si smuscola e affrena / e non ha cuore e si morde / tanto è diventata incerta bassa e purgata (p. 431)”. Il verbo strippare è attestato con il significato di ‘mangiare moltissimo’ oppure ‘essere sotto l’effetto di una droga’. Tuttavia in questo verso è utilizzato come sinonimo di sbuzzo, ovvero ‘privare delle viscere’: “io strippo e sbuzzo il porcospino / che vuole farsi il giaciglio nella mia tana // troppe spine fanno piumoni (p. 395)”. La forma scompagnata è utilizzata in riferimento ad un essere inanimato, ovvero una palma: “non c’è palmo di terra contemplata che non frutti / non c’è palma scompagnata / che generi senza il maschio accanto (p. 355)”. I neologismi con s- intensiva sono le forme verbali sdimenticando (p. 346), sdregrada (p. 351), smaneggiata (p. 431) e sfessa (p. 432), ed il sostantivo sdiluvio (p. 393). Un caso particolare è sfessa, che può essere considerata una forma intensiva del participio passato del verbo fendere: “sfrenata si srotola nella cavità e si sfessa / e non trovando il giusto appoggio non consuona / sicché s’affloscia sul pavimento (p. 432)”. La forma verbale sdimenticando è utilizzata dopo un participio passato, in cui la s- ha una funzione privativa, ovvero in sbilanciato: “e dunque non ci sarà un’altra volta / dopo l’aspersione di acqua e sale / agli angoli della casa addormentata / ma tu restituisci giubbetti e camicie / al manichino sbilanciato / sdimenticando che ogni mutazione è arrischiata (p. 346)”. Le forme sdregrada e smaneggiata sono utilizzate in contesti non rilevanti: “bastarda spadona reseca fiori d’erba / pisciando e cazzeggiando dentro la superba riserva / che sdegrada in pulciose catapecchie (p. 351) straziata non è più sana né mala / è povera e non si fa vedere / per non essere smaneggiata (p. 431)”. Il prefisso s- con valore privativo è utilizzato anche per forme verbali di uso comune, come le parasintetiche scartare (p. 351), scolla (p. 351), scrostando (p. 362), spostarmi (p. 365), spostare (p. 365), spostata (p. 365), spolpano (p. 373), sgrassano (p. 373), svenano (p. 373), scarnificato (p. 373), sfatare (p. 382), snudò (p. 389), sbuzzo (p. 395), smotta (p. 406), sgusciando (p. 423), sloggiare (p. 429), scorticata (p. 430), snoda (p. 432), ma anche forme non parasintetiche come scordare (p. 351), sfiata (p. 351 e p. 417), scuce (p. 351), svincolo (p. 352), svincolando (p. 352), sconvolgere (p. 352), scavalcate (p. 357), scompaiono (p. 358), scomparire (p. 359), sfabbricare (p. 372), sbrinare (p. 382), scalzi (p. 393), sconoscendo (p. 394), svuota (p. 395), sgravidata (p. 396), sgombra (p. 397), sbrinati (p. 403), smontate (p. 405), slega (p. 406), scordato (p. 409), scartò (p. 409), sgravidare (p. 413), sganciando (p. 414), scorda (p. 419), smacchia (p. 420), srotola (p. 432). Interessanti i molteplici versi in cui queste forme verbali sono utilizzate in figure etimologiche: “la casa non smotta perché piovve a dirotto / ma perché ha il culo sulla mota (p. 406) ma tu continui a fabbricare e sfabbricare memorie / per farne cuscini di pietra (p. 372) ma se il dolore sale agli occhi / non vale recriminare / sul sugo che insudicia la pettina / perché una macchia si smacchia / e non vale dire fumi troppo / perché si scambia l’osso con la polpa (p. 420)”. In questo caso, inoltre, oltre alla figura etimologica, si riscontra anche un anafora dei verbi scordare e ricordare: “bisogna scordare panettone e pasta frolla / per ricordare il pane / scordare il buio freddo / del bosco che assedia la casa / e ricordare i lampi di sole ai vetri sgorati / scordare il cipciap di commensali fintoanoressici / per ricordare la pentola della polenta / che sfiata sulla stufa (p. 351)”. I verbi spostare e svincolare sono utilizzati in questi versi secondo la figura del poliptoto: “ho voglia di spostarmi / dice / di spostare in avanti i confini / e marcia verso il cancello / tagliando l’aria a colpi d’ascia / per scacciare gli spiriti stranieri / senza contare che li custodisce al caldo dentro casa / ma è la sua mente che si è spostata (p. 365) sventagliando virgolette / e pizzicando parti invariabili del discorso / mi tiri per i capelli e io mi svincolo / e svincolando te li lascio in mano / e però mi domi se mi coinvolgi / nel chiacchiericcio che ti avvolge e sconvolge (p. 352)”. In quest’ultima strofa, si riscontrano anche altre forme caratterizzate da s- privativa come sconvolge e da s- intensiva come sventagliando. L’autrice, inoltre, insiste sulla stessa area semantica, come nell’uso dei gerundi raschiettando e scrostando: “raschiettando incrostrazioni e vecchie muffe / e scrostando calcinacci” (p. 362); del verbo sfatare e del sostantivo fola (‘favola, fiaba’): “m’impegno in imprese di fiori e frutti / per mettere al coperto i nidi / e sfatare la fola dello stento (p. 382)”; dei participi passati smonate e sciolti: “nessuna lusinga / il male è tutto alliffato truccato griffato / addirittura buonista / e rincuorati dall’eco di piccoli passi pensiamo / che riusciremo ad aprire la finestra / smontate le impalcature e sciolti i velami (p. 405)”; delle forme verbali slega e sega: “si attorciglia e sorprende nell’imbroglio / si slega e sega / si leva d’impaccio (p.406)”; del verbo sgravidare e dell’aggettivo pregna: “il lilium sulphureum che però è profumatissimo / per sgravidare la mente pregna / e punzecchiare la sofferenze (p. 413)”. L’espressività delle forme con prefisso s- è accentuata dall’uso della climax, come in questi versi: “in Africa milioni di formiche / spolpano polli e sgrassano maialini / e quando vanno all’attacco dell’uomo che dorme / lo intossicano e svenano / sicché langue senza sangue / e viene meglio scarnificato (p. 373) scorticata sguizza e ribatte / sale e scende per guidare il sorso oltre l’istmo (p. 430)”. Si riscontrano aggettivi di uso comune con s- privativa come smemorata (p. 345), sbilanciato (p. 346), scalzi (p. 375), sdentato (p. 391), scoperto (p. 423) ma anche sostantivi come sviamento (p. 382), snervamento (p. 382), sfiatatoio (p. 410). Anche nel caso di dell’aggettivo smemorata si riscontra una figura etimologica: “smangiata dagli acidi del sudore / disprezza la mente smemorata (p. 345)”. Il sostantivo snervamento, invece, è utilizzato in una strofa in cui, con altri sostantivi ugualmente espressivi come soffocamento e starnazzamento, è posto a fine verso, in rima baciata: “e non devia né smarrisce lo sguardo / ma riconosce il sangue scuro del soffocamento / e vede i segni della dissuasione / sulla palizzata abbattuta / pure persistendo polveroso stranazzamento / dopo il quale più increscioso si fa lo snervamento (p. 382)”. L’espressività si riscontra anche in questo verso: “urlerò urlerò per dare sfiatatoio all’angoscia (p. 410)” […] [NOTE] 82 Dardano 1978, 88. Cfr. ivi, 92 e Adamo-Della Valle 2017, 37. 83 Cfr. Dardano 1978, 26-28 e Adamo-Della Valle 2017, 47. 84 D’Achille 2003, 135. Cfr. Dardano 1978, 176. 85 Cfr. D’Achille 2003, 135 e Dardano 1978, 191-92. **Elisabetta Biemmi** , _«Corpo a corpo con le parole». La poesia di Jolanda Insana_ , Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2018-2019 Share:
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December 4, 2025 at 1:08 AM
Arrivarono alla stazione di Acilia un’ottantina di braccianti agricoli collasgarba2.altervista.org/ar…
Arrivarono alla stazione di Acilia un’ottantina di braccianti agricoli
Fonte: Wikipedia Nel maggio 1950 il governo, pressato dalla conflittualità nelle campagne di tutto il paese, presentò il progetto della legge stralcio, poi approvata nel mese di ottobre. Essa riguardava il delta padano, la Maremma toscano-laziale, il Fucino, la Campania, la Puglia, la Lucania, il Molise e la Sardegna e prevedeva un programma di scorporo e di riforma molto ampio: complessivamente, furono espropriati 750mila ettari idi terre, distribuiti a 120mila nuclei familiari <1009. Il 12 settembre 1951, il questore Pòlito emanò un ordine di servizio in cui affermava che la Federterra stava organizzando delle nuove agitazioni nella provincia di Roma, chiedendo l’estensione della legge tralcio a tutto il territorio della Provincia e l’assegnazione delle terre ai contadini, prima dell’inizio della semina: “È, quindi, presumibile che agli sporadici tentativi di invasione di terre, già effettuati durante l’estate, segua, imminentemente, una ripresa delle arbitrarie azioni occupatorie, su vasta scala. […] Questo ennesimo delinearsi di una campagna diretta a provocare, per finalità di partito, occupazioni di terre nell’Agro romano, deve trovare le forze dell’ordine pronte, come sempre, a sventare qualsiasi minaccia e a reprimere qualsiasi azione di spoliazione a danno di legittimi proprietari, sgombrando immediatamente i terreni che venissero invasi”. <1010 Questi tentativi avrebbero dovuto iniziare domenica 23 settembre. Il questore raccomandò che «le forze dell’ordine, di fronte ad invasioni in atto, dovranno senz’altro procedere all’arresto degli organizzatori e capeggiatori delle invasioni e di chiunque vi prenda parte, traducendoli in questo centrale Ufficio, a mia disposizione» <1011. Effettivamente, il 23 settembre furono effettuati tentativi di occupazioni di terre nelle tenute Gregna S. Andrea ad Anagnina (diciannove fermati, tra cui tre donne) <1012 e in pochi altri territori della Provincia: l’avvio della mobilitazione fu, quindi, piuttosto fiacco. Ciò fu considerato un successo della polizia dal questore Pòlito: “La prima offensiva, scatenata oggi, dal partito comunista, nelle campagne della provincia di Roma, si è conclusa con una clamorosa disfatta. I servizi informativi di questo Ufficio, in funzione da qualche mese in tutto il territorio della Provincia, hanno fatto sì che gli organizzatori dei disordini nelle campagne non abbiano compiuto, di fatto, alcuna mossa, né durante la fase preparatoria dell’agitazione, che non sia venuta tempestivamente a conoscenza di quest’Ufficio, il quale si è trovato, di conseguenza, in grado di parare quasi tutti i colpi dei nemici dell’ordine e della democrazia. Le forze dell’ordine hanno potuto, nella maggior parte dei casi, stroncare le occupazioni di terre con semplici interventi preventivi. […] Quando l’apparato comunista si è messo in moto, verso le ore 5,30 di stamane, contemporaneamente ad esso si è mossa anche la Forza Pubblica. Gli osservatori hanno tempestivamente segnalato i movimenti degli agitatori, la cui azione ha potuto essere rapidissimamente annullata, nella stragrande maggioranza dei casi, molto prima ancora che si concretizzasse l’effettiva occupazione di terre”. <1013 Nell’ottobre 1952, si ebbero alcuni tentativi di occupazioni di terre nell’Agro romano per la concessione di terre incolte e contro il nuovo progetto di legge stralcio <1014. In particolare, il 12 ottobre arrivarono alla stazione di Acilia un’ottantina di braccianti agricoli capeggiati dal comunista Flaminio Trevi e si diressero in località Palocco per occupare un terreno di proprietà del comune di Roma e ceduto ai combattenti e reduci: la polizia fermò Trevi e un altro manifestante, inducendo gli altri braccianti a tornare a Ciciliano, loro luogo di provenienza <1015. Lo stesso giorno, a Ponte Galeria, quindici braccianti capeggiati dal segretario locale della sezione comunista occuparono simbolicamente dei terreni della principessa Del Grado: vi issarono un cartellone e se ne andarono <1016. Con queste mobilitazioni si conclusero le lotte agrarie nel comune di Roma che, tuttavia, non avevano mai avuto una grande intensità. [NOTE] 1009 Malgeri, La stagione del centrismo, cit., p. 103 1010 Acs, Mi, Gab, 1950-52, b. 173, f. 15069/2 – Roma – Occupazioni terre – Corrispondenza di carattere generale. Ordine di servizio del 12 settembre 1951. 1011 Ivi. Ordine di servizio del 22 settembre 1951. 1012 Ivi. Fonogramma del 23 settembre 1951, ore 11,10. 1013 Ivi. Comunicazione di Pòlito del 23 settembre 1951. 1014 Alla vigilia del periodo delle semine i contadini rivendicano le loro terre, «l’Unità», 25 ottobre 1952; I contadini in agitazione nella provincia di Roma, «l’Unità», 28 ottobre 1952. 1015 Acs, Mi, Ps, 1952, b. 77, f. – Roma – Lavoratori agricoli. Comunicazione di Pòlito del 12 ottobre 1952 1016 Acs, Mi, Gab, 1950-52, b. 173, f. 15069/2 – Roma – Occupazioni terre – Corrispondenza di carattere generale. Fonogramma del 12 ottobre 1952, ore 16. **Ilenia Rossini** , _Conflittualità sociale, violenza politica e collettiva e gestione dell’ordine pubblico a Roma (luglio 1948-luglio 1960)_ , Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Anno Accademico 2014-2015 Facebook Twitter Pinterest LinkedIn
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December 4, 2025 at 12:01 AM
Non era una novità, per Morlotti, confrontarsi con il nudo femminile adrianomaini.altervista.org/no…
Non era una novità, per Morlotti, confrontarsi con il nudo femminile
Ennio Morlotti, Figura femminile nuda seduta, 1939. Raccolta Alberto Della Ragione e Collezioni del Novecento, Palazzina di Belvedere, Firenze. Fonte: Catalogo generale dei Beni Culturali Quella di allontanarsi dal gruppo degli Otto alla vigilia della Biennale [del 1954] rappresentò apparentemente una scelta al ribasso da parte di Morlotti, quantomeno dal punto di vista della visibilità di cui le sue opere avrebbero goduto in occasione della rassegna veneziana. I vecchi compagni di strada, come lui ormai tra gli artisti italiani più quotati anche a livello internazionale, esponevano insieme all’interno del salone 20, ancora con una forte identità di gruppo. A Giuseppe Santomaso, vincitore del Primo Premio per la Pittura di quell’anno, era stata poi dedicata a poche sale di distanza una mostra antologica, introdotta in catalogo da Giulio Carlo Argan. I cinque nudi di Morlotti, tutti presentati con il titolo «Studio», si trovavano invece nella zona opposta del padiglione centrale, e soprattutto in una posizione assai più defilata, in parte messi in ombra da due imponenti mostre personali con cui condividevano gli spazi della sala 14. <151 La prima era quella di Leoncillo, presentato da Longhi, che di lì a poco avrebbe dedicato allo scultore una monografia edita da De Luca e che già nella sua introduzione veneziana <152 poneva l’accento sulla ricerca dello scultore di una nuova libertà lirica, affidata innanzitutto alle superfici policrome delle sue ceramiche. La seconda era invece una vasta personale <153 di Lucio Fontana, per metà incentrata sulla serie dei _Concetti spaziali_ : le «recenti ed allucinate tele ‘bucate’», sottolineava in catalogo Giampiero Giani, erano l’esito più avanzato dell’indagine di Fontana intorno al «ritmo magico degli spazi astrali», e in quella occasione <154 avrebbero finito per catalizzare in maniera preponderante le attenzioni del pubblico in sala, ritrovandosi peraltro al centro di alcuni episodi di vandalismo che neanche le misure di sorveglianza predisposte da Pallucchini riuscirono a scongiurare. <155 Le tele di Morlotti condividevano poi le pareti della sala 14 con opere di artisti assai meno in vista. In particolare, con una netta prevalenza di quadri di paesaggio, vi erano tre dei pittori bolognesi presentati in primavera a Torino da Arcangeli: Pompilio Mandelli, Ilario Rossi e Sergio Romiti. A questi si aggiungeva poi Giovanni Stradone, a sua volta presente con un piccolo gruppo di paesaggi e vedute urbane pesantemente impastate di materia pittorica, che in fase di allestimento dovevano evidentemente aver suggerito un possibile dialogo con i densi e grondanti nudi morlottiani. <156 Non era una novità, per Morlotti, confrontarsi con il nudo femminile. Negli ultimi anni era capitato in più occasioni che il pittore esponesse alcune sue figure, di solito plasmate attraverso ampie pennellate e larghi profili curvilinei, con ricche soluzioni di tavolozza in cui le tinte più cupe dei fondali dialogavano liberamente con tonalità brillanti e luminose di verde, azzurro e violetto (figg. 22-23). <157 Nei cinque dipinti presentati a Venezia il pittore rinunciava però a qualsiasi residuo di impalcatura strutturale, lasciando quasi affogare le proprie figure entro una densa materia organica, simile a uno strato di argilla su cui i corpi sembravano aver lasciato unicamente delle labili impronte. Appariva evidente la presa di distanza da qualsiasi volontà di salda costruzione geometrica, così come dall’orizzonte formale astratto-concreto. Era appunto in un’ottica anti-venturiana, del resto, che su “Rinascita” Renato Guttuso spazzava una lancia a favore del pittore: «in una Biennale così per benino e fatta di gente che non sbaglia mai», Morlotti gli appariva come «un artista che […] non ‘si siede’ sulle sue posizioni, e che si presenta sotto un nuovo volto. Un volto in definitiva più umano». <158 Nel complesso, comunque, i cinque _Studi_ raccolsero un’accoglienza piuttosto fredda, spingendo il pittore a distruggerli pochi mesi più tardi. Alcune fotografie, insieme ai commenti degli osservatori del tempo, consentono tuttavia di farsi un’idea dell’aspetto di questi lavori, ma soprattutto di misurare la difficoltà, da parte del pubblico e della critica, nel recepirne gli elementi di novità (figg. 24-26). Il primo dato che salta all’occhio, <159 confrontandosi con i commenti apparsi a stampa, è in particolare la frequenza con cui i recensori, non senza qualche impaccio, tentarono di servirsi di metafore di carattere gastronomico per descrivere l’aspetto viscoso e grondante di materia di queste tele. Savonuzzi parlava ad esempio di una «pasta di gelati rosa e gialla», sotto la quale gli sembravano galleggiare i «fantasmi delle vecchie figure di Cassinari». Così, sulle pagine <160 de “Il Nuovo Corriere”, anche Augusto Righi faceva riferimento a una «pasta giallo-rosa», appena emergente da un «fondo ‘alla maionese’». <161 Molto diverse erano le considerazioni di Arcangeli, che su “L’Approdo” si rammaricava della cattiva accoglienza ricevuta da quelle «larve di figura densissime di materia, come brancolanti entro un plasma vivente». Secondo una lettura un po’ forzata, quindi, il critico tentava di porre le figure di Morlotti in relazione con il lavoro «gremito e inquieto» condotto sulla natura da Mandelli, i cui cinque stenografici paesaggi avevano trovato posto alle pareti della stessa sala. Arcangeli affiancava <162 poi alle opere dei due artisti anche gli esiti dalla «figurazione naturale accesa e flagrante» di un altro pittore che di lì a poco avrebbe a sua volta preso le distanze dal gruppo degli Otto: Mattia Moreni, presente a Venezia con tre tele di grandi dimensioni in cui il paesaggio appariva trasfigurato attraverso un articolato sistema di stesure eterogenee e di rapide pennellate: _Grande cespuglio col sole, Festa sulla collina_ e _Il giardino delle Mimose_ (figg. 65-67). <163 Il trio Morlotti-Mandelli-Moreni veniva riproposto da Arcangeli in una seconda recensione alla Biennale destinata alla rivista spagnola “Goya”: un testo finora dimenticato dagli studi, ma una cui versione dattiloscritta in italiano si trova ancora oggi tra le carte private di Mandelli. Lo studioso, in questa sede, sottolineava lo sforzo orgogliosamente individuale dei tre pittori, avviati «senza programmi prefissi, su una strada in cui la natura […] è ancora fonte di libere passioni, di nozioni non arbitrarie»: parole che riflettevano soprattutto la volontà di distinguere in maniera netta le ricerche dei tre artisti dalla «aridità» che gli sembrava invece caratterizzare larga parte dei lavori dalla pur vaga dimensione paesaggistica presenti quell’anno nel padiglione italiano. <164 Da un lato, infatti, non erano pochi gli artisti del fronte realista che negli ultimi tempi, anche in reazione a una fase di sostanziale crisi per le opere di racconto dell’attualità politica, si erano cimentati con il quadro di paesaggio. Persino Guttuso, nel suo _Bilancio della Biennale_ apparso su “Rinascita”, domandava ai propri lettori: «Perché dipingere sempre mondine curve sull’acquitrino? Forse che il paesaggio non fa parte della realtà? […] Evidentemente questi problemi ci sono nella attuale fase del movimento realista». <165 Dall’altro lato, anche buona parte dei pittori del gruppo degli Otto si era presentata quell’anno a Venezia con quadri i cui titoli suggerivano evidenti rimandi alla dimensione naturale: da _Estate nell’orto_ di Afro a _Laguna di Grado_ di Birolli, da Bosco di Corpora a Foresta vergine di Vedova. Soprattutto scorrendo l’elenco delle opere della personale di Santomaso, poi, spiccavano titoli come: _Strutture nella nebbia, Il confine della palude, Ricordo verde, Paesaggio giallo, Capanno all’alba, Ritmi rurali, Angolo contro vento, Il capanno sfasciato_ o ancora _Muro e alghe_. <166 [NOTE] 151 VENEZIA 1954, pp. 80. 152 LONGHI 1954e. 153 LONGHI 1954a, pp. 84-85. 154 GIANI 1954, pp. 82-83. Sulle mostre di Leoncillo e Fontana si veda: DEL PUPPO 2019, pp. 117-130. 155 R. Pallucchini, lettera a L. Fontana, Venezia, 4 dicembre 1954. ASAC. Fondo Storico, Biennale 1954, busta 53 (Esposizione internazionale d’arte del 1954. Mostre cicliche). 156 VENEZIA 1954, pp. 80-81. 157 Si veda: BRUNO-CASTAGNOLI 2000, pp. 118-119, 123-124. 158 GUTTUSO 1954b, p. 693. 159 Le fotografie in bianco e nero degli Studi sono pubblicate in: BRUNO-CASTAGNOLI 2000, p. 136. 160 SAVONUZZI 1954b, p. 3. 161 RIGHI 1954a. 162 ARCANGELI 1954a, p. 101. Mandelli esponeva: Paesaggio d’autunno (1953), Paesaggio in grigio (1954), Paesaggio verde-grigio (1954), Paesaggio di primavera (1954), Alberi spogli (1954) (VENEZIA 1954, p. 80). 163 VENEZIA 1954, p. 111. 164 ARCANGELI 1954e. Il testo citato è quello del dattiloscritto in italiano, conservato degli eredi del pittore bolognese. Archivio Pompilio Mandelli, Bologna (d’ora in poi: APM). 165 GUTTUSO 1954b, p. 695. 166 VENEZIA 1954, pp. 110-111. **Giorgio Motisi** , _Francesco Arcangeli e gli artisti dell’Ultimo Naturalismo_ , Tesi di dottorato, Anno Accademico 2024-2025 Share:
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November 23, 2025 at 12:15 PM
La promulgazione delle leggi razziali cambiò anche in Sicilia l’esistenza degli ebrei collasgarba2.altervista.org/la…
La promulgazione delle leggi razziali cambiò anche in Sicilia l’esistenza degli ebrei
La persecuzione degli ebrei avvenne anche in Sicilia con la stessa brutalità del resto d’Italia e d’Europa. Le fonti raccontano la presenza di una cultura antisemita e razzista a sostegno del fascismo, rappresentata nel mondo universitario, intellettuale e del giornalismo. “La presenza ebraica in Sicilia non era stata forte dopo l’espulsione del 1492. A partire dalla fine dell’Ottocento, essa cominciò a riprendere vigore e l’economia e il mondo culturale siciliano ne subirono positivamente gli influssi. Va rilevato che l’intraprendenza di uomini come Alberto Ahrens, Otto Sternheim, gli Hoffmann, Albert e Giulio Lecerf e altri, contribuì ad incentivare lo sviluppo isolano. Ad essi si aggiunsero negli anni seguenti i Grinstein e i Bemporaid a Catania, gli Scächter, i Mausner ed altri ancora a Palermo”. <38 Il censimento voluto da Mussolini nel 1938 venne attuato anche in Sicilia per verificare i numeri della presenza ebraica e per preparare il peggio, secondo le stesse modalità in atto nel resto d’Italia e nel resto d’Europa ad opera degli alleati nazisti. “Dal censimento risultò che la popolazione ebraica siciliana era costituita da 202 persone, ognuna delle quali dotata di buona posizione socio-economica, ma il numero degli ebrei presenti nell’isola era molto più elevato in quanto, come già specificato, molti erano giunti dai paesi dell’est o erano presenti in Sicilia per motivi di studio o di lavoro, erano non residenti per cui non censiti”. <39 Gli ebrei subirono un controllo continuo da parte della polizia, in ogni loro attività e abitudine, perfino negli spostamenti da casa. I loro movimenti erano monitorati per tenerli costantemente sotto controllo e potere intervenire, di fronte ad ogni sospetto o nuovo ordine, con la certezza di conoscere tutti gli elementi necessari per colpire le vittime. Sbaglia chi pensa alla storia della Shoah in Sicilia, come ad un evento di minore intensità. Sia pure, infatti, con una tempistica diversa, soprattutto nella fase iniziale, la persecuzione contro gli ebrei si sviluppò con le stesse logiche e lo stesso profilo cinico e violento. Le cifre relative alla presenza ebraica nella nostra regione risentirono del tentativo di sottrarsi con ogni espediente al censimento, durante le operazioni di accertamento. Ne scaturì un dato certamente parziale. “I 202 ebrei presenti ufficialmente in Sicilia, erano così suddivisi, secondo le province: Palermo 96; Catania 75; Messina 21; Agrigento 4; Siracusa 3; Enna 3; Caltanissetta 0; Ragusa 0; Trapani 0”. <40 Il loro numero in realtà superava le cifre del censimento, in considerazione del fatto che in molti casi si trattava di non residenti, ma indubbiamente non si trattò di una presenza elevata. Ciò che invece non può essere avallato è il tentativo, messo in atto, durante e dopo la fine della seconda guerra mondiale, di minimizzare i fatti accaduti nel territorio siciliano. Gli ebrei presenti a Palermo furono medici, tra cui Maurizio Ascoli, ordinari e straordinari nell’Università del capoluogo, tra cui i professori Mario Fubini ed Emilio Segre, ingegneri, musicisti, imprenditori, commercianti. Il sistema di controllo fascista attivò nei loro confronti sospensioni dall’insegnamento e perdita del diritto di lavorare con il sostegno degli organi di informazione locale, schierati, a parte rari casi, in gran parte per l’appoggio alle posizioni antisemite. “Ben cinque professori universitari sono costretti a lasciare l’insegnamento a Palermo, (in tutta Italia furono 99): Camillo Artom (ordinario di Fisiologia Umana), Maurizio Ascoli (ordinario di clinica medica generale e terapia medica), Alberto Dina (Ordinario di Elettronica), Mario Fubini (straordinario di Letteratura italiana), Emilio Segre (ordinario di Fisica sperimentale). Nel suo discorso di insediamento come rettore, e giocato tutto in chiave antisemita, Giuseppe Maggiore se ne dichiarerà soddisfatto”. <41 Maurizio Ascoli, professore e medico di grande fama fu collocato in pensione. In base alle leggi entrate in vigore, avrebbe potuto esercitare la professione limitatamente alla cura di pazienti di razza ebrea. Di fatto non accettò una tale repressione, proseguendo il suo lavoro, esponendosi al rischio. La storia del rettore Maggiore tornò alla ribalta delle cronache, a Palermo, nel 1999, in seguito alla decisione assunta dalla Giunta Municipale, guidata dal Sindaco, Leoluca Orlando, di intitolargli una strada per i suoi meriti accademici e scientifici. Tra le motivazioni che accompagnavano questa scelta, gli amministratori palermitani scelsero di porre in rilievo l’importanza del valore della tolleranza, di fronte al binomio rappresentato dal giudizio storico e i meriti di un uomo. Un’impostazione destinata a dividere e a far discutere e infatti così avvenne”. Ad accorgersi della notizia, persa tra le brevi del Giornale di Sicilia fu lo stesso Genco che, con una lettera alla redazione palermitana de La Repubblica, sollevò il caso”. <42 Ne scaturì un ampio e forte dibattito che evidenziò come una parte della città non condividesse questa scelta, vissuta come una ferita e una forzatura. “Può una figura prestigiosa in un campo specifico della scienza o di qualsiasi altro ambito, essere giudicata a prescindere dalle sue parole e azioni, se queste stesse hanno contribuito a scrivere pagine di discriminazione, razzismo e antisemitismo?” Preso atto dell’errore fu lo stesso Orlando a revocare il provvedimento. […] Nel 1939, quando in Sicilia i municipi affrettarono i tempi delle comunicazioni di appartenenza alla razza ebraica, in tanti decisero la fuga verso il resto dell’Europa, di fronte ad una escalation fascista omicida che cominciò a camminare alla stessa velocità del modello genocidiario nazista. L’impegno di Papa Pio XI non trovò corrispondenza nella chiesa siciliana, guidata dal cardinale Lavitrano che arrivò a partecipare ad eventi pubblici di esaltazione della razza ariana, in cui non esitò a manifestare pubblicamente il proprio consenso. In prossimità dell’entrata in guerra dell’Italia, i fascisti procedettero negli arresti degli ebrei, presso le carceri delle proprie città. Lo stesso avvenne nel territorio di Palermo e in Sicilia. I fascisti usarono campi di internamento e di concentramento. Per la loro prigionia vennero individuate le isole di Lipari e Ustica, dove già in passato erano stati confinati i dissidenti politici. A Palermo nacque Natalia Levi, più nota al grande pubblico con il cognome del marito Ginzburg. La grande scrittrice trascorse nel capoluogo siciliano i primissimi anni della sua vita, per fare poi ritorno a Torino. “Natalia iniziò assai presto a scrivere, e a diciotto anni pubblicò il suo primo racconto, I bambini, sulla rivista Solaria. Arrivarono le leggi razziali e cominciarono le restrizioni, le partenze e i licenziamenti. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, Leone Ginzburg fu inviato al confino in Abruzzo. Natalia e i figli lo seguirono, vivendo dal 1940 al 1943 in un paesino dove la donna scrisse il primo romanzo, La strada che va in città, pubblicato nel 1942 con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte”. <45 La promulgazione delle leggi razziali cambiò anche in Sicilia l’esistenza degli ebrei e di coloro che erano sposati con ebrei. La nuova condizione investì anche il ruolo delle donne, chiamate ad affrontare il mutamento delle condizioni di vita e i pericoli che ne scaturirono. Le donne ebree che conobbero in Sicilia un viaggio verso i campi della Shoah furono nove. Si trattò di “nove vittime innocenti della follia umana. Di esse, tre erano ebree, e nessuna poté raccontare l’inferno, perché da quell’inferno non fecero ritorno: Olga Renata Castelli, Egle Segre ed Emma Moscato. Delle tre, solo Olga ricevette un numero, perdendo la propria identità e nome. Divenne solo A-5365. Era figlia del grande agitatore livornese di nascita, ma siciliano d’adozione, Enrico Castelli, il socialista agitatore di folle, la cui vita si spense, come quella della figlia adorata, e le cui membra passarono per il camino”. <46 Egle Segre al suo arrivo ad Auschwitz non superò la selezione. Venne indirizzata alla fila diretta ai forni crematori. Ad Auschwitz morì pure il palermitano Leo Colonna. Le donne ebree in Sicilia non ebbero paura di affrontare le persecuzioni e rimasero fieramente al fianco dei propri mariti e dei propri figli. Si trattò spesso di donne appartenenti ad un ceto sociale medio-alto e istruito. La loro vita cambiò da un giorno l’altro, ma in loro prevalse il coraggio e la capacità di resistenza. In loro rimase la consapevolezza di una vita cambiata e che nessuno potrà mai restituire, senza una comprensibile ragione. La carta stampata in Sicilia fu al servizio del fascismo e condusse costanti campagne, adoperando prime pagine e costanti commenti per sottolineare il sostegno alla persecuzione degli ebrei. “I quattro quotidiani – Giornale di Sicilia e L’Ora a Palermo, Sicilia del Popolo a Catania, La Gazzetta a Messina – furono il campo di tiro su cui si esercitarono i razzisti nostrani, redattori interni compresi. Il segretario interprovinciale del sindacato fascista dei giornalisti siciliani, Vincenzo Consiglio, proclamava con orgoglio: «Sono lieto di poter comunicare che, in seguito ad accertamenti eseguiti, il Giornalismo siciliano, a servizio del Regime, può considerarsi razzialmente puro». Era già l’8 novembre 1938, la campagna razziale era stata codificata ed era in pieno svolgimento”. <47 In sostanza la promulgazione delle leggi razziali fu preceduta da un’organizzazione che riguardava ogni ambito strategico, in grado di incidere sull’opinione pubblica e sulla riuscita dell’oppressione contro gli ebrei siciliani. Dopo le leggi razziali, il regime si adoperò per potenziare i presupposti e la diffusione del razzismo. Il governo fascista intervenne sui programmi del mondo accademico per orientare una più elevata affermazione della razza, anche in questo caso con un forte sostegno della stampa. Gli anni trascorsero tra le difficoltà delle vittime che rappresentarono numericamente un piccolo squarcio della complessiva popolazione siciliana. Il loro dramma fu anche quello di essere state persone perfettamente integrate nella realtà palermitana e siciliana, trovatesi di fronte ad una nuova realtà difficile da fronteggiare. Proprio nei momenti decisivi dell’avanzata anglo-americana, la Sicilia riuscì comunque ad essere una terra di svolta, un confine di libertà restituita. “La Sicilia non era stata ancora tutta conquistata dall’armata da sbarco anglo-americana, e mancava un giorno all’ultima riunione del Gran Consiglio del Fascismo che avrebbe messo in minoranza Mussolini e in crisi non voluta ma irreversibile il Regime, quando il comandante in capo delle forze alleate, generale Eisenhower, «a nome dei governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna», proclamò che erano abolite «le leggi le quali fanno distinzione in base a razza, colore o fede». Era il 23 luglio del 1943. La direttiva di Eisenhower fu ribadita cinque giorni dopo nel proclama N. 7 emanato a Palermo dal generale Harold R.L.G. Alexander, comandante delle forze alleate in Sicilia e governatore militare del territorio occupato. La Sicilia fu così il primo pezzetto d’Europa dove si cominciò a cancellare la grande infamia della persecuzione contro gli ebrei, proprio mentre nei paesi sotto il dominio nazista – e presto due terzi d’Italia sarebbero stati anch’essi in tale condizione – si perfezionavano e incanaglivano le tecniche della soluzione finale”. <48 Fu una grande conquista per la Sicilia che non poté mai alleviare tuttavia il dolore e la sofferenza dei perseguitati, delle vittime e dei loro familiari ancora oggi vivo e di cui si ha il dovere di fare memoria. [NOTE] 38 Lucia Vincenti, Le donne ebree in Sicilia al tempo della Shoah, cit. p. 29. 39 Lucia Vincenti, Il silenzio e le urla, cit. p. 133. 40 Lucia Vincenti, Il silenzio e le urla, cit. p. 136. 41 Mario Genco, Repulisti Ebraico, Nota introduttiva di Piero Violante, La goccia di umanità e l’asterisco, Istituto Gramsci Siciliano, 2000, p. 23. 42 Mario Genco, Repulisti Ebraico, cit. p. 29. 45 Lucia Vincenti, Le donne ebree in Sicilia al tempo della Shoah, cit. p. 57. 46 Lucia Vincenti, Le donne ebree in Sicilia al tempo della Shoah, cit. p.16. 47 Mario Genco, Repulisti Ebraico, cit. p. 41. 48 Mario Genco, Repulisti Ebraico, cit. pp. 33,34. **Antonino Terminelli** ,_La Shoah nel contesto del Ventesimo e Ventunesimo secolo_ , Tesi di dottorato, Università degli Studi di Palermo, 2013 Facebook Twitter Pinterest LinkedIn
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November 23, 2025 at 10:33 AM
La Weltanschauung promossa da “Frigidaire” conquista anche la nuova generazione di narratori a fumetti adrianomaini.altervista.org/la…
La Weltanschauung promossa da “Frigidaire” conquista anche la nuova generazione di narratori a fumetti
Andrea Pazienza, Se vuoi sangue lo avrai, parte I, in “Frigidaire”, anno I, n. 1, novembre 1980, particolare. Fonte: Leonardo Agostini, Op. cit. infra Nonostante una diffusione numericamente non eccezionale, stimata come abbiamo visto intorno alle 20/25 mila copie vendute ogni mese, “Frigidaire” riesce a imporsi come fenomeno di culto per una fetta ben individuata del pubblico italiano. Su una platea complessiva di circa 260 mila lettori, infatti, l’80% è costituito da uomini, mentre la fascia dei lettori di età inferiore ai trentacinque anni si aggira tra il 75 e l’80% <306. Questi dati, rimasti sostanzialmente invariati nel corso degli anni Ottanta e Novanta, certificano il grande successo riscosso da “Frigidaire” presso le giovani generazioni, in particolare tra il pubblico maschile. Del resto, non si può negare che i contenuti e l’estetica di “Frigidaire” rispondano almeno in parte all’immaginario machista degli anni Ottanta, promuovendo una visione cinica e muscolare della mascolinità, a un tempo glamour e iper-violenta, mai del tutto aliena all’idea che la donna sia prima di tutto un oggetto da contemplare e conquistare: nudi femminili sessualizzati vengono esibiti con una certa gratuità, mentre il linguaggio adoperato risulta sovente sessista; allo stesso modo, i contributi femminili sono largamente minoritari rispetto a quelli maschili, come dimostra la composizione all male del gruppo redazionale. Tutto ciò, va detto, non esaurisce la varietà dei contenuti presenti all’interno di “Frigidaire”, molti dei quali contribuiscono al contrario al superamento di stereotipi e chiusure mentali (come quella verso l’omosessualità), ma certo aiuta a spiegare perché il periodico romano riscuota un così largo successo in questo specifico segmento di pubblico, come se le inquietudini e le irrequietezze dei giovani uomini degli anni Ottanta e Novanta trovassero un effetto balsamico nello stile estremo ma schietto di “Frigidaire”. La Weltanschauung promossa da “Frigidaire”, improntata a un racconto cinico e disincantato della Postmodernità, non conquista soltanto i lettori ma anche la nuova generazione di narratori a fumetti. Alcuni di questi esordiscono su “Frigidaire”, o comunque accrescono il proprio successo grazie al prestigio e alla visibilità del periodico diretto da Vincenzo Sparagna: tra questi si ricordano – solo per fare alcuni nomi – Giorgio Carpinteri (1958), Ugo Delucchi (1961), Massimo Giacon (1961) e Giuseppe Palumbo (1964). La stessa esperienza del gruppo Valvoline <307, inaugurata sulle pagine di “Alter Alter” nel 1983 da Daniele Brolli, Giorgio Carpinteri, Igort (al secolo Igor Tuveri, 1958), Marcello Jori, Jerry Kramsky (pseudonimo di Fabrizio Ostani, 1953) e Lorenzo Mattotti (1954), alla quale si unirà presto anche il frigidairiano Massimo Mattioli, non sarebbe possibile senza il precedente di “Frigidaire” (rivista sulla quale il collettivo convergerà dopo il 1984). Figura 41. AA. VV., Gioventù cannibale, a cura di D. Brolli, Torino, Einaudi, 1996, copertina. Fonte: Leonardo Agostini, Op. cit. infra Le originali modalità di raccontare la realtà inaugurate dal “nuovo fumetto italiano” si fanno sentire anche al di fuori del contesto della “nona arte”, contaminando ambiti del sapere fino a questo momento poco avvezzi al linguaggio fumettistico <308. Nel corso degli anni Novanta si fa strada in Italia una nuova generazione di scrittori nei quali è evidente l’influenza dei new media, tra i quali anche il fumetto: si tratta della cosiddetta “Gioventù cannibale”, un gruppo piuttosto eterogeneo di autori che prende il nome dall’omonima antologia di racconti curata nel 1996 dall’ex frigidairiano Daniele Brolli per la collana Stile libero di Einaudi (Figura 41) <309. I contributi della raccolta appartengono a Niccolò Ammanniti (1966), Luisa Brancaccio (1970), Paolo Caredda (1961), Matteo Curtoni (1973), Matteo Galiazzo (1970), Massimiliano Governi (1962), Daniele Luttazzi (al secolo Daniele Fabbri, 1961), Stefano Massaron (1966), Aldo Nove (1967), Andrea Pinketts (pseudonimo di Andrea Pinchetti, 1960-2018) e Alda Teodorani (1968), ma la definizione di “cannibali” può essere attribuita anche ad autori come Enrico Brizzi (1974), Giuseppe Caliceti (1964) e Tiziano Scarpa (1963), che in questo stesso giro di anni pubblicano romanzi emblematici come “Bastogne”, “Fonderia Italghisa” e “Occhi sulla graticola” <310. L’etichetta scelta da Brolli non risponde alla volontà di creare un collettivo di autori, né questi ultimi vogliono formarne uno. La stessa raccolta pubblicata da Einaudi presenta una “notevole varietà di fondo, sia per la qualità degli esiti sia […] per lo stile” <311, rendendo difficile stabilire dei pur minimi criteri d’identificazione del genere. Nonostante questo, l’etichetta ha una grande presa sul pubblico contribuendo al successo commerciale di “Gioventù cannibale”, “prima antologia italiana dell’orrore estremo” (stando al sottotitolo della raccolta), dalla quale scaturisce un caso mediatico destinato a esaurirsi soltanto alla fine del decennio, benché gli stessi autori non si siano mai pienamente riconosciuti nella definizione, sottolineando l’irriducibilità delle proprie opere ai parametri stabiliti dall’etichetta. Ma in cosa consiste la poetica di “Gioventù cannibale”? Secondo Daniele Brolli, i racconti inseriti nell’antologia coprono una lacuna della tradizione letteraria italiana, a metà tra il noir, la cronaca e l’horror, riguardante le casistiche in cui il male si presenta senza movente e senza scopo, lasciando intuire come queste siano secondo lui prevalenti nel contesto della società contemporanea <312. Sopraffatto “dal prevalere semplice e originario del sangue” <313, l’immaginario collettivo della Postmodernità necessita di forme di narrazione adeguate alle circostanze, in grado di superare il moralismo normalizzante del canone letterario. Per questo la turpitudine della società contemporanea confluisce senza censura nei brani “cannibali”, restituendo in forma di racconto gli orrori che quotidianamente la cronaca ci pone di fronte <314. Del resto, come osserva il curatore della raccolta, “Genitori uccisi per un semplice divieto o per denaro; le roulette di massi lanciati dal cavalcavia autostradali; stupri di gruppo consumati come sulla giostra di un luna-park; delitti con mutilazione; esplosioni di violenza contro minoranze di ogni tipo… sono gesti privi di passione e di senso, atti che squarciano il velo superficiale della normalità per rivelare che le sue basi poggiano su un terreno incandescente di inquietudine” <315. La stessa inquietudine che – come abbiamo visto nei capitoli precedenti – segue l’inverarsi della Postmodernità e dei suoi paradigmi, materializzando all’orizzonte scenari allarmanti e distopici, che con molta facilità possono scadere nell’orrorifico. Colto il segnale che un tempo nuovo è arrivato, e verificata l’inattualità del “pudore” tipico della letteratura tradizionale, “Gioventù cannibale” rompe gli argini dando “il segnale di una svolta dell’immaginario, che esce dal limbo della cultura recintato dal moralismo per appropriarsi di una lingua senza compromessi” <316. Proprio quello linguistico è uno tra gli aspetti più innovativi della raccolta, sviluppato in maniera originale attraverso il prelevamento di forme ed espressioni provenienti da altri media, in particolare quelli televisivo e cinematografico. Come spiega la critica Elisabetta Mondello (1952), l’operazione portata avanti da molti dei giovani autori degli anni Novanta – e con loro i “cannibali” – si configura come “un’immersione nei media”, dai quali vengono trafugati lingua e immagini al punto da inverare per iscritto il rispecchiamento dei loro meccanismi e delle loro regole <317. Allora il racconto assume la forma e il ritmo della narrazione cinematografica, mentre le scene si susseguono in maniera febbrile e disarticolata inseguendo l’effetto dello zapping televisivo <318. L’andamento concitato delle vicende scompone la prosa in frammenti irrisolvibili che ricalcano le forme del parlato, incapsulando espressioni colloquiali o volgari che accentuano l’immediatezza del racconto. Ciò che ne risulta è, come spiega Brolli, “una lingua ancora in via di formazione che raccoglie senza falsi pudori le sue parole dai palinsesti televisivi, dalla cultura di strada, dal cinema di genere, dalla musica pop” <319. La tendenza degli autori “cannibali” verso l’ibridazione, il pastiche e la contaminazione dei linguaggi si pone in perfetta continuità con le estetiche postmoderniste che abbiamo già esplorato nei precedenti capitoli, portando a estreme conseguenze le implicazioni massmediatiche della civiltà tardocapitalista, della quale viene tracciato un ritratto a metà tra il nichilismo e l’ironia beffarda. Come chiarisce Elisabetta Mondello, quando consideriamo la letteratura degli anni Novanta “siamo sul terreno del postmoderno e delle poetiche postmoderniste, intesi come indebolimento del soggetto, ‘crisi dei fondamenti’, sostituzione del linguaggio alle cose, intertestualità, uso di uno sperimentalismo ‘normalizzato’ adatto a un consumo di massa” <320. I riferimenti artistici e culturali di questi giovani autori sono trasversali, dal cinema alla letteratura, passando certo per il fumetto. Lo stesso Daniele Brolli, fumettista e scrittore, riconosce un precedente nel cinema di Dario Argento, Mario Bava e Lucio Fulci, oltreché nei fumetti “neri” di Diabolik, Kriminal e Satanik <321. Un altro modello è certamente la scrittura fluida e concitata di Pier Vittorio Tondelli, punto di riferimento imprescindibile per i giovani narratori degli anni Ottanta e Novanta <322, ma giocano un peso rilevante anche lo splatter sclerotizzato di Bret Easton Ellis e la disarticolazione narrativa introdotta dal film “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino <323. [NOTE] 306 Audipress, Storico volumi indagini stampa dal 1963 al 1991; https://audipress.it/dati/storico-volumi-indagini-stampa-dal-1963-al-1991/ [ultimo accesso 20 gennaio 2025]. 307 Per una trattazione più approfondita dell’argomento si rimanda ad AA. VV., Valvoline story, Bologna, Coconino Press, 2014. La storia, lo stile e gli obiettivi del gruppo Valvoline sono citati anche in L. Boschi, Irripetibili. Le grandi stagioni del fumetto italiano, cit., e L. Boschi, Frigo, valvole e balloons. Viaggio in vent’anni di fumetto italiano d’autore, a cura di P. Pallavicini, Roma-Napoli, Theoria, 1997. 308 A questo proposito, è d’uopo ricordare la scarsa considerazione artistica (e ancor meno letteraria) del medium fumettistico, considerato per molti anni niente più che materiale per bambini. Ciò cambierà soltanto a partire dalla metà degli anni Sessanta grazie al lavoro di “Linus” e alle ricerche di critici come Umberto Eco e Roberto Giammanco (1926-2013); cfr. U. Eco, Apocalittici e integrati, cit.; R. Giammanco, Gulp! Il sortilegio a fumetti, Milano, Mondadori, 1965. Ancora oggi, va detto, quasi tutti i principali dizionari di della lingua italiana conservano memoria di questo pregiudizio, identificando il fumetto anche come “opera teatrale, cinematografica, narrativa di contenuto banale e superficiale” (Voce “Fumetto” del Dizionario Hoepli disponibile su www.repubblica.it; https://dizionari.repubblica.it/Italiano/F/fumetto.html [ultimo accesso 28 gennaio 2025]), “opera narrativa o cinematografica banale, di scarso valore e di facile effetto” (Voce “Fumetto” del Dizionario Garzanti; https://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=racconto%20formato%20da%20una%20serie%20di%20disegni%20con%20brevi%20testi%20di… [ultimo accesso 28 gennaio 2025]), “opera narrativa o cinematografica di scarso valore e piuttosto banale” (Voce “Fumetto” del Dizionario Sabatini-Coletti disponibile su www.corriere.it; https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/F/fumetto.shtml [ultimo accesso 28 gennaio 2025]), oppure “opera letteraria o cinematografica o televisiva di scarso valore, dal contenuto banale e superficiale” (Voce “Fumetto” del Dizionario Il nuovo De Mauro disponibile su www.internazionale.it; https://dizionario.internazionale.it/parola/fumetto [ultimo accesso 28 gennaio 2025]). 309 Cfr. AA. VV., Gioventù cannibale. La prima antologia italiano dell’orrore estremo, a cura di D. Brolli, Torino, Einaudi, 1996. 310 L’inserimento di Scarpa è sostenuto dallo stesso curatore in D. Brolli, Le favole cambiano, in AA. VV., Gioventù cannibale, cit., pp. V-X, qui p. VIII. Il romanzo di Caliceti è citato invece in F. La Porta, La nuova narrativa italiana. Travestimenti e stili di fine secolo, Torino, Bollati Boringhieri, 1999, p. 265. 311 C. Tirinanzi De Medici, Il romanzo italiano contemporaneo. Dalla fine degli anni Settanta a oggi, Roma, Carocci, 2018, p. 134. 312 D. Brolli, Le favole cambiano, cit., qui pp. V-VI. 313 Ivi, qui p. VI. 314 Si veda a questo proposito M. Sinibaldi, Pulp. La letteratura nell’era della simultaneità, Roma, Donzelli, 1997, p. 65 e ss., nelle quali l’autore ridimensiona notevolmente la portata orrorifica della raccolta, circoscrivendo la sua originalità all’ambito del linguaggio. 315 D. Brolli, Le favole cambiano, cit., qui pp. VII-VIII. 316 Ivi, qui p. X. Si veda a questo proposito anche E. Mondello, In principio fu Tondelli. Letteratura, merci, televisione nella narrativa degli anni Novanta, Milano, il Saggiatore, 2007, p. 75, in cui l’autrice riconosce a Gioventù cannibale il merito – al di là delle critiche che ha ricevuto – di aver saputo indicare “un clima, una geografia, un paesaggio cambiati”. 317 E. Mondello, La giovane narrativa degli anni Novanta: “cannibali” e dintorni, in Id. (a cura di), La narrativa italiana degli anni Novanta, Roma, Meltemi, 2004, pp. 11-37, qui p. 15. 318 Si veda a questo proposito il racconto Il mondo dell’amore di Aldo Nove contenuto in AA. VV., Gioventù cannibale, cit., pp. 53-62. 319 D. Brolli, Le favole cambiano, cit., qui p. VIII. 320 E. Mondello, La giovane narrativa degli anni Novanta: “cannibali” e dintorni, cit., qui p. 14. 321 D. Brolli, Le favole cambiano, in AA. VV., Gioventù cannibale. La prima antologia italiano dell’orrore estremo, a cura di D. Brolli, Torino, Einaudi, 1996, pp. V-X, qui p. VII. 322 Cfr. E. Mondello, In principio fu Tondelli. Letteratura, merci, televisione nella narrativa degli anni Novanta, Milano, il Saggiatore, 2007. 323 G. Simonetti, La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2018, pp. 303-305. **Leonardo Agostini** ,_“Frigidaire” e il tramonto della Modernità. Una rivista per ri/vedere l’universo contemporaneo_ , Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2023-2024 Share:
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November 17, 2025 at 8:35 PM
Due saggi definiscono come terminus a quo il biennio 1967-1968 per cominciare a determinare una connessione tra fotografia e arte adrianomaini.altervista.org/du…
Due saggi definiscono come terminus a quo il biennio 1967-1968 per cominciare a determinare una connessione tra fotografia e arte
**Combattimento per un’immagine (1973)** L’analisi di Marra, come denunciato già nello stesso sottotitolo del volume, prende spunto dalla mostra, di fondamentale importanza, _Combattimento per un’immagine. Fotografi e pittori_ , ordinata alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino tra marzo e aprile del 1973, da Luigi Carluccio e Daniela Palazzoli (Carluccio-Palazzoli 1973). A partire da questo paradigmatico esempio Marra prende le mosse per la stesura del suo volume, distaccandosene esplicitamente: “Nella visione a suo tempo proposta da Carluccio e Palazzoli pittura e fotografia coprirebbero esattamente la stessa area di identità, entrambe sarebbero fnalizzate all’idea di opera come immagine” (Marra 1999, p. 8). Proprio come Marra partiremo da questa mostra per gettare uno sguardo tra i cataloghi di alcune significative mostre sul tema arte-fotografia, appuntando alcuni aspetti che ci saranno utili nello sviluppo della nostra ricerca. Analizzando il catalogo della mostra del 1973, che presenta come prima opera (escludendo la copertina) l’ _Odalisca_ di Eugène Delacroix del 1857, è evidente come il criterio di ordinamento sia di carattere cronologico. Dopo il dipinto già citato, il catalogo procede con una sequenza di opere d’arte che rimandano all’uso della fotografa come strumento di evoluzione della tavola pittorica (Peto John, Hoch Hannah, Max Ernst, Jacquet Alain e Wesselman Tom). Le immagini successive danno il via al vero percorso della mostra a partire da alcune tecniche di riproduzione della realtà illustrate tramite xilografie di Albrecht Dürer, seguite da quadri del Canaletto. Opere inserite dagli autori con l’intenzione di riprendere una già consolidata revisione storica della nascita della tecnica fotografica, in continuità con l’evoluzione della _camera obscura_ <8. Il percorso prosegue con diverse immagini più propriamente legate alla storia della fotografia, con esempi dei primi fotografi, come Joseph Nicéphore Nièpce, Henry Fox Talbot, David Hill e Robert Adamson. Seguono le composizioni fotografiche di Henry Robinson e Oscar Rejlander – che si innestano nell’ambito della fotografia pittorialista -, alcuni esempi di ritrattistica, per entrare, con Gustave Le Gray e Felix Nadar, nel vivo del discorso, grazie al confronto tra la fotografia e la pittura impressionista. Da qui si dipana il complesso “combattimento per un’immagine” che giunge sino ai primi anni Settanta del Novecento. La mostra è, soprattutto per la parte relativa al Novecento, il frutto di una ricerca impostata sul binomio arte-fotografia così come citato in principio di questo capitolo. Altre scelte di opere sembrano basarsi più che altro su analogie formali, o somiglianze del soggetto rappresentato, tra fotografie e opere. Una lunga sequenza di fotografia di guerra e di fotografia sociale a cavallo tra Ottocento e Novecento vuole invece promuovere il valore in sé della fotografia storica documentaria. Un approccio a volte fin troppo semplicistico, pur nelle oltre 500 opere esposte, come lascia intendere la stessa curatrice nel testo di introduzione del catalogo: “Pittura e fotografia sono presentate per la prima volta in un Museo l’una di fianco all’altra, con peso e presenza paritetici, per instaurare un dialogo” (Carluccio-Palazzoli 1973, s.p.). Un dialogo spesso sflacciato e incomprensibile, in cui risalta una certa superfcialità nel trattare gli accostamenti tra fotografie e opere, che ha dato adito a numerose critiche già all’epoca della mostra <9. Senza entrare nel merito dell’analisi sistematica dei problemi specifci della mostra e della _querelle_ che ne seguì, si fa notare come – tra i nomi riconducibili al periodo d’interesse di questa ricerca – siano presenti non pochi artisti associabili alla cerchia dell’Arte povera (Giulio Paolini o Giuseppe Penone) e solo Franco Vaccari e Ugo Mulas (rappresentato con la serie _Verifiche_) tra coloro che sono oggi rintracciabili nei libri di storia della fotografia italiana per il secondo Novecento <10. Sebbene criticabile sotto molti punti di vista, _Combattimento per un’immagine_ è un tentativo pionieristico di trattare i rapporti tra arte e fotografia, all’insegna di un atteggiamento di rivalutazione della fotografia in ambito istituzionale e storico-artistico. Alla base di questa rivalutazione sta, come si è già detto, un’impostazione che sposta la fotografia nell’ambito dell’arte per valutarne l’artisticità, sempre come assimilazione alle arti tradizionali. Impostazione che, volutamente o no, si è trascinata nel corso dei decenni e dei volumi di storia della fotografia e di storia dell’arte in Italia, dando spunto ad altre iniziative espositive affini che vaglieremo attraverso alcuni esempi significativi. _Combattimento per un’immagine_ , per quanto esempio di assimilazione della fotografia all’arte, assume un particolare rilievo essendo la prima mostra che introduce il binomio arte-fotografia in Italia, divenendo un esempio per le future rifessioni sul tema. **Da Brancusi a Boltanski. Fotografie d’artista (1993)** Leggermente diversa, per le intenzioni e per le collezioni da cui attinge, la mostra _Da Brancusi a Boltanski. Fotografie d’artista_ , organizzata al Castello di Rivoli di Torino esattamente vent’anni dopo la precedente, con la curatela di Alain Sayag e Agnès de Gouvion Saint-Cyr (Sayag-Gouvion Saint-Cyr 1993). Anche in questo caso, pur partendo da alcune fotografie di Costantin Brancusi alle sue opere (intese tuttavia come opere in sé), e pur restando sul crinale della fotografia artistica in ambito francese <11, la mostra sfocia in una sequenza di fotografie dalla spiccata ricerca di artisticità, prodotte nel circuito artistico tra gli anni Trenta e gli anni Ottanta del Novecento. Gli intenti curatoriali sono formulati in maniera chiara dagli stessi curatori: “Quel che è qui in gioco non è tanto il modo in cui la fotografia ha infuenzato la pittura […] quanto piuttosto il campo ancora poco esplorato di una pratica pittorica della fotografia” (Sayag-Gouvion Saint-Cyr 1993, p. 11). L’interesse per questa mostra, che rispetto alla precedente non ha intenzioni né antologiche né metodologiche, risiede in primo luogo nelle istituzioni che la organizzano (il Centre Georges Pompidou e il Fonds National d’Art contemporain) e nella legittimazione che ne deriva per la fotografia stessa come pratica artistica (cfr. Morel 2004). Altro aspetto che si intreccia con il primo è la rivendicazione dell’arretratezza del circuito della fotografia rispetto all’arte più tradizionale. Il principale curatore e, all’epoca, direttore delle collezioni fotografiche del Centre Georges Pompidou, Alain Sayag, nell’introdurre il catalogo si premura di ripercorrere la storia della musealizzazione della fotografia artistica in Francia, fino a indicare l’evoluzione della spesa del museo francese per l’acquisto di opere fotografiche, dal 1981 al 1987, anni in cui viene a costituirsi la sua prima collezione fotografica (Sayag-Gouvion Saint-Cyr 1993, p. 14). Un regesto di spesa che da una parte si potrebbe interpretare come un suggerimento alle istituzioni italiane, e dall’altra come un’attestazione implicita delle difcoltà a considerare la fotografia come oggetto da collezione anche per le più avanzate istituzioni museali francesi. Nondimeno un’introduzione tutta basata sul ruolo che le istituzioni pubbliche devono rivestire nei confronti della fotografia e della sua conservazione e valorizzazione. Queste informazioni ci verranno utili più avanti, quando parleremo dell’importanza del processo di istituzionalizzazione della fotografia in Italia. **Fotografia e arte in Italia. 1968-1998 (1998)** Altra esposizione nel solco dello schema tracciato fino ad ora è _Fotografia e arte in Italia. 1968-1998_ , ordinata a Modena tra il 20 settembre 1998 e il 10 gennaio 1999 (Guadagnini-Maggia 1998). L’intenzione dei curatori è in questo caso spostata maggiormente su di un versante storico-fotografico, alla ricerca di un flo conduttore tra le ricerche artistiche della fne degli anni Sessanta, che includono la presenza della fotografia come strumento concettuale o espressivo, e le pratiche fotografiche del decennio successivo <12, mirate alla definizione di un linguaggio fotografico autonomo. Tra le ragioni della mostra, Filippo Maggia constata: “Una nuova stagione sembra palesarsi per la fotografia italiana, anch’essa infine assurta ad arte non più minore” (p. 11). La mostra dunque si prende in carico il compito di tracciare il percorso verso questa ascesa, cercando di includere in un unico ambito artisti e fotografi che hanno operato in contesti apparentemente distanti: “Sorprende infatti, nello scorrere le immagini, l’inattesa contestualità operativa di autori come Pistoletto e Fontana, Anselmo e Jodice, Ontani e Ghirri o, ancora, Penone e Radino” (p. 11). L’intento della mostra è chiaro e dichiarato: i curatori mirano a superare la soggezione dell’ambiente fotografico nei confronti di quello artistico – ciò che fn qui abbiamo defnito come “assimilazione” del primo nel secondo. Così si può leggere in introduzione: “l’handicap della nostra fotografia, e critica, è quello di immaginarsi sempre come ospite dell’arte, mai parte integrante di essa, quale realmente è ormai da tempo” (p. 14). Questo “handicap” è dovuto non a delle effettive carenze di contatto tra arte e fotografia, ma a una mancanza delle istituzioni: “A differenza di altri Paesi ove l’arte fotografica ha una sua collocazione istituzionale precisa da anni, in Italia la fotografia viene celebrata con grave ritardo” (p. 14). Tuttavia per riuscire a definire meglio il contesto in cui poter associare le opere, e per indagare i veri strumenti per la costruzione del percorso espositivo, pare più utile soffermarsi sui cinque brevi saggi presenti in calce al catalogo, apparentemente – ma solo apparentemente – scollegati dalla mostra. In questi testi vengono presi in esame alcuni aspetti salienti delle ricerche storiche e metodologiche in ambito fotografico, tra cui il collezionismo in fotografia, i rapporti tra critica d’arte e fotografia negli anni Settanta e gli aspetti teorici della fotografia come arte visiva. Da questi testi emerge una considerazione comune: eccezion fatta per alcuni sporadici avvicinamenti tra le due discipline nell’arco di tempo considerato dalla mostra, la fotografia, sia a livello critico-teorico che operativo, si è sviluppata in un contesto distante dall’arte. Le istituzioni preposte non hanno mai operato progettualmente per ridurre questa distanza. Tra i saggi citati entra maggiormente nel merito del discorso Guido Costa che, pur in un’analisi dai toni quanto mai sconfortanti, descrive il mercato della fotografia focalizzandosi sull’utilizzo dello strumento da parte degli artisti contemporanei. Questo mercato si sviluppa grazie “a un’evoluzione generale nell’arte e nei suoi strumenti espressivi, che sempre di più hanno legittimato il mezzo fotografico come tecnica importante dell’“arte alta” […]. Attraverso questa sorta di garanzia, persino i documenti più classici dell’arte fotografica, in quei primi anni ’70 già centenaria, trovano una qualche attenzione, confuendo dai “territori infidi dello sperimentalismo o della ‘memoria storica’, a quelli più codificati del bello”; e l’autore fa esplicitamente riferimento alla Concettuale, alla Pop Art e all’Arte povera (Guadagnini-Maggia 1998, pp. 119-120). Approfondisce la cronologia Emanuela De Cecco, che si propone di registrare due momenti fondamentali per quanto riguarda l’entrata della fotografia nell’arte: “nella prima fase, a cavallo del ’68, si verifca un momento di apertura nei confronti della fotografia […]; la seconda fase comprende un momento lungo e complesso che prende via con una rinnovata attenzione alla pittura astratta (di cui ci sono segnali già intorno al 1973)” (pp. 126-127). Nel paragrafo successivo, l’autrice attribuisce una certa rilevanza alla costituzione di quattro nuove riviste d’arte contemporanea (_Qui arte contemporanea_ , 1966; _Flash Art_ , 1967; _NAC_ , 1968; _Data_ , 1971) e alla pubblicazione in Italia del testo di Walter Benjamin, _L’opera d’arte all’epoca della sua riproducibilità_ nel 1966. Questi due saggi definiscono come terminus a quo il biennio 1967-1968 per cominciare a determinare una connessione tra fotografia e arte. Vedremo, nei capitoli seguenti, come questa cronologia possa valere anche per le nostre rifessioni attorno allo sviluppo di temi più inerenti all’ambito fotografico italiano. **Al limite. Arte e fotografa tra gli anni Sessanta e Settanta (2006)** Un’impostazione simile alla mostra di Modena, pur priva di un’analisi sul problema e dedicata a un contesto internazionale, si può riscontrare nel catalogo della mostra _Al limite. Arte e fotografia tra gli anni Sessanta e Settanta_ , curata da Angela Madesani per la rassegna _Reggio Emilia Fotografia Europea_ del 2006 (Madesani 2006). La curatrice introduce l’argomento della mostra: “La fotografia è mezzo privilegiato dell’arte lungo tutto il corso del XX secolo. Grazie alla sua peculiarità tecnica, alla sua indicalità, per usare un termine mutuato dalla semiotica e in particolare da Peirce, è il mezzo più adatto per fermare, documentare, entrare in un certo tipo di situazioni” (p. 13). Nella mostra ordinata da Madesani troviamo i nomi degli artisti esposti nel 1973 (ad esempio Anselmo, Fabro, Mulas, Vaccari), insieme al solo Boltanski del catalogo del 1993 (ma altri avrebbero potuto presenziare) e a numerose presenze dell’esposizione del 1998, con l’aggiunta di alcuni fotografi ormai giunti a notorietà come la coppia Bern e Hilla Becher o artisti che hanno usato il medium fotografico nell’arco cronologico coperto dalla mostra. Una rassegna, questa, che include esperienze oramai storicizzate e consolidate all’interno del discorso sulla convergenza tra fotografia e arte. Rispetto alla precedente mostra, considerando anche il respiro internazionale di quella organizzata da Madesani, la novità si può rintracciare in una scelta di opere relative a un periodo più ristretto, che copre soprattutto gli anni Settanta, con qualche eccezione per il decennio precedente. Pur non defnendo una cronologia specifica, nell’introduzione al catalogo l’autrice introduce i termini cronologici, già specificati nel sottotitolo: “La seconda metà degli anni Sessanta è stato un periodo assai importante per l’arte che ha segnato la storia della minimal art, dell’arte concettuale, della land art, dell’arte povera, della body art, dell’arte ambientale, in cui la fotografia e gli altri media hanno occupato un ruolo fondamentale. Gli anni Settanta, dal canto loro, hanno significato una reale trasformazione della società e dei comportamenti delle persone”. (p. 13) In una seconda prefazione al volume, Vittorio Fagone propone una sorta di continuità tra _Al limite_ e due mostre da lui curate (cfr. Fagone-Masini 1974 e Colombo-Fagone 1977), giustificata dalla presenza dei medesimi artisti. Tuttavia il saggio non ci informa di più sul contenuto della mostra o del catalogo. Per quanto riguarda più specificamente le analisi che svilupperemo nel proseguo di questa tesi, potrebbe essere significativa la scelta di Madesani di inserire nella mostra alcune sequenze fotografiche, e in particolare il provino di Ugo Mulas del 1970 relativo all’allestimento di Jannis Kounellis realizzato per la mostra _Vitalità del negativo_ (cfr. Sergio 2010, p. 35), qui presentata perché scelta dall’autore tra le sue _Verifiche_. Altro tema qui testimoniato, che potrebbe essere di nostro interesse, ma che non tratteremo perché esula dal nostro arco cronologico, è la _performance_ , rappresentata da _Feu_ di Gina Pane del 1971. La sequenza, firmata dall’artista e impaginata come provino – secondo una modalità che come vedremo avrà i suoi esordi, in ambito fotografico, proprio negli anni Sessanta -, è composta con fotografie di Giorgio Colombo (fotografo che ritroveremo nel sesto capitolo tra i principali fotografi d’arte italiani). La mostra della Madesani prende le mosse dal binomio arte-fotografia, considerandolo ormai come punto di vista cristallizzato, senza problematizzarlo e senza che siano introdotti elementi di ambiguità. [NOTE] 8 Tra le storie della fotografia pubblicate in Italia prima del 1973: Gernsheim 1966, Newhall 1969 e Settimelli 1970. 9 Cfr. il § Combattimento per un’immagine, in Russo 2011, p. 237-241, per una prima panoramica delle voci critiche in ambito fotografico. 10 Nello stesso anno Palazzoli curava la sezione fotografica di Contemporanea, Incontri Internazionali d’arte – Parcheggio di Villa Borghese, Roma 30 novembre 1973 – febbraio 1974, in cui, attenendosi a un indirizzo di scelta di soli fotografi, esponeva di fatto buona parte degli autori già esposti a Torino, con l’aggiunta di Mario Cresci per quanto riguarda i fotografi italiani. 11 Le opere presentate nella mostra provenivano dalle collezioni del Musée National d’Art Moderne – Centre Georges Pompidou e del Fonds National d’Art contemporain. 12 Introducendo una suddivisione cronologica di questo sviluppo, Guadagnini individua nel decennio 1974-1984 un periodo in cui “il mondo fotografco [aveva] potuto afnare i propri strumenti, radicare il proprio linguaggio, […] costruire quell’humus che, nel 1984, porterà a Viaggio in Italia, momento epocale […]” (p. 9). **Roberto Del Grande** , _L’immagine dell’arte a Milano negli anni Sessanta. L’archivio del fotografo d’arte Enrico Cattaneo tra il 1960 e il 1970_ , Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Udine, Anno Accademico 2013-2014 Share:
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November 16, 2025 at 11:01 AM